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	<title>ilpungolo.com &#187; Vincenzo Andraous</title>
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	<description>Siamo tutti in una fogna, ma noi guardiamo le stelle</description>
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		<title>Il tirapugni del bullo</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 10:10:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Andraous</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un fermo di routine della Polizia di Stato ha consentito il ritrovamento di un tirapugni sull’auto di un ragazzo da poco diventato diciottenne, un tirapugni per incontrarsi dietro l’angolo. Forse non è il caso di farne un dramma, di esagerare con le parole, di mischiare quel che è successo con ciò che non è possibile prevedere, ma la mia esperienza, unita a quella di tanti altri ragazzi che faticando, lavorando, impegnandosi, ritornano a vivere nella Comunità Casa del Giovane, mi spingono a pensarla diversamente, a tenere ben presente il rischio che possa accadere l’irreparabile, ciò che nessun padre e nessuna [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-79" title="vincenzo_andraous" src="http://www.ilpungolo.com/wp-content/uploads/2009/11/vincenzo_andraous.jpg" alt="vincenzo_andraous" width="100" height="127" />Un fermo di routine della Polizia di Stato ha consentito il ritrovamento di un tirapugni sull’auto di un ragazzo da poco diventato diciottenne, un tirapugni per incontrarsi dietro l’angolo. Forse non è il caso di farne un dramma, di esagerare con le parole, di mischiare quel che è successo con ciò che non è possibile prevedere, ma la mia esperienza, unita a quella di tanti altri ragazzi che faticando, lavorando, impegnandosi, ritornano a vivere nella Comunità Casa del Giovane, mi spingono a pensarla diversamente, a tenere ben presente il rischio che possa accadere l’irreparabile, ciò che nessun padre e nessuna madre vorrebbero succedesse al proprio figlio, cìò che un adolescente non riesce neppure a immaginare, la vita a perdere di qualcuno, la propria esistenza gettata in pasto a una cella lontana dalla propria famiglia.<br />
Troppe sono le storie anonime che mi rammentano come nasce una tragedia, un dolore insopportabile, accade sempre così, con una sciocchezza autorizzata a passare inosservata, poi è troppo tardi per tentare di rimettere insieme i cocci.<br />
Rammento una pietra raccolta in gran fretta, il mito della forza, la prevaricazione, la violenza al palo, in attesa, pronta a fare  il suo “dovere”, alla prima occasione, con tutto il carico di disperazione che ne è seguita.<br />
Un tirapugni come quello che nei film sta nelle tasche dello studente nero americano, dentro e fuori la scuola, un simbolo, un totem, un colore acceso per riconoscere la riserva, dove agli altri non è permesso entrare, osservare, vedere, mentre a chi partecipa al banchetto  “tutto è condiviso”, tutto, anche la follia inaspettata, quella che non risparmia nessuno.<br />
Una cosa da poco quel tirapugni, un bravo ragazzo incappato in una bravata, ma l’avventura del salto in avanti a occhi bendati, comincia sempre così, con la paura di vivere a soli diciotto anni, dove “ vivere” sta nell’esibizione della forza che fa sparire qualunque inadeguatezza.<br />
E’ fin troppo chiaro il segnale, la luce rossa d’emergenza, il fermo e il blocco che costringe a una paralisi culturale che si espande, come se la stessa ricerca evolutiva del giovane adulto fosse un optional di cui poter fare a meno, mentre  si è liberi soltanto dopo avere ben rovistato nella nostra testa, nella nostra pancia, per liberarci della nostra incultura, illegalità, che generano indifferenza e disattenzione per i nostri limiti.<br />
Riflettendo su quel metallo intorno alle dita di una mano, in attesa di infrangersi sui denti di un coetaneo, possiamo renderci conto di quanto male faccia togliere ai più giovani la necessità di un impegno che obbligatoriamente deve consegnare fatica da fare per inquadrare un obiettivo compatibile con il carattere individuale di un adolescente, che sarà bene ricordare, non è un bene di consumo da bypassare costantemente.<br />
Adesso bisogna allontanare la nebbia della confusione adulta, che genera e moltiplica uno stile comportamentale sbilanciato sull’ottenimento del tutto e subito, piuttosto che attraverso il rispetto per se stessi e per gli altri, che è autorevolezza, non certo violenza come pratica quotidiana, che conduce dritti al vicolo cieco, dove è molto facile entrare, quasi impossibile uscire.</p>
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		<title>Libertà non è uno spazio libero</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 13:38:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Andraous</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>

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		<description><![CDATA[Ancora uomini a morire, ancora giovani a cadere, numeri che si accatastano in una fossa comune, dove la somma dei cadaveri non crea che qualche fastidio passeggero, usato per non concedere spazio alla pietà.
In carcere si muore, è una continua discesa all’inferno, forse non è più praticabile alcuna osservazione e trattamento del recluso, alcun progetto di ricostruzione interiore, se non fosse per l’eroicità di qualche Direttore, Agente, Operatore penitenziario.
Mi tornano in mente le parole di un grande poeta: la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione.
Come è possibile trattare di libertà, di dignità, di diritti e di doveri, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.ilpungolo.com/wp-content/uploads/2009/11/vincenzo_andraous.jpg" alt="vincenzo_andraous" title="vincenzo_andraous" width="100" height="127" class="alignleft size-full wp-image-79" />Ancora uomini a morire, ancora giovani a cadere, numeri che si accatastano in una fossa comune, dove la somma dei cadaveri non crea che qualche fastidio passeggero, usato per non concedere spazio alla pietà.<br />
In carcere si muore, è una continua discesa all’inferno, forse non è più praticabile alcuna osservazione e trattamento del recluso, alcun progetto di ricostruzione interiore, se non fosse per l’eroicità di qualche Direttore, Agente, Operatore penitenziario.<br />
Mi tornano in mente le parole di un grande poeta: la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione.<br />
Come è possibile trattare di libertà, di dignità, di diritti e di doveri, in un perimetro relegato a discarica delle speranze, a contenitore muto di invivibilità, come è possibile parlarne quando ogni giorno dal carcere arrivano grida di aiuto e imprecazioni inascoltate.<br />
Libertà è partecipazione persino dentro la terra di nessuno, dentro la colpa che non è ancora consentito arretrare, così cantava il Gaber nazionale, e in questo presente di spot elettorali, c’è da svolgere una riflessione, un compito che possiede una sua obbligatorietà; se davvero intendiamo il carcere e la pena e le Istituzioni che ne compongono il senso e lo scopo per una effettiva utilità sociale, un progetto di vita futuro non solo per i detenuti, ma per la collettività intera.<br />
Non è possibile aggirare il problema insito in quel “libertà è partecipazione”, non è più plausibile trattare la questione in termini prettamente matematici, di contenitore, di numeri, di somme disumane, di detrazioni inumane.<br />
Partecipare significa prendere parte a qualcosa, perchè ne siamo diventati parte, costruire un ponte  comune su cui camminare insieme, svolgere un tragitto insieme, fare un pezzo di strada insieme.<br />
Partecipare sottende capacità di vista prospettica da parte  di chi conduce, ma anche  di chi intende ricostruire ciò che rimane, partecipare è lo spirito, è il propulsore di quel percorso di rinnovamento che realizza un giusto equilibrio tra diritti e doveri nei riguardi di chi sconta con dignità ( diritto ) la propria pena, e rispetta con lealtà quel patto sociale ( dovere ) intrapreso con il consorzio civile.<br />
Libertà non è solo uno spazio libero che aiuta a uscire dall’angolo costretto dei nascondimenti, il carcere non è perimetro che sarà mai libero, non è facile pensare a una collettività senza più prigioni, filo spinato, ma abbandonare gli errori divenuti analfabetizzanti, questo sì che è possibile.<br />
Carcere e partecipazione per rendere meno offensiva la disperazione, quella che deriva dalle morti inaccettabili, ma ugualmente nel menefreghismo meglio congeniato, continuano a imperversare nel panorama penitenziario italiano.<br />
Nonostante parlarne appaia sempre più come la ricerca di una elemosina pietistica, di una solidarietà buonista, è utile ostinarsi a farne dibattito, con l’intensità di una partecipazione attenta, accorciando le distanze da un preciso interesse collettivo, rimettere al centro di una riforma urgente e improrogabile, la persona, il detenuto-cittadino, che dovrà fare ritorno in società, a cui consentire di rimettere alla prova la propria prossimità umana, la propria coscienza della libertà.</p>
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		<title>Senza un fremito di vergogna</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jan 2010 21:54:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Andraous</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Hanno rubato sui Treni Italia, sulle automobili a seguito dei passeggeri, spaccati i vetri, hanno portato via abiti e documenti, vestitini per bambini e qualche giocattolo.
Hanno depredato dignità alla gente, rubato ai pensionati, agli operai, a quelli che non fanno ferie, ma cassa integrazione, lo hanno fatto senza un fremito di vergogna, di rispetto umano.
Al Natale da poco passato, al Bambino hanno tolto canottiera e calzini, hanno sottratto perfino la culla, senza rispettare norma, hanno rubato con premeditazione, con il freddo nel cuore, con arroganza, supponenza, hanno rubato a se stessi ogni futura speranza di diventare uomini, parte di una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-79" title="vincenzo_andraous" src="http://www.ilpungolo.com/wp-content/uploads/2009/11/vincenzo_andraous.jpg" alt="vincenzo_andraous" width="100" height="127" />Hanno rubato sui Treni Italia, sulle automobili a seguito dei passeggeri, spaccati i vetri, hanno portato via abiti e documenti, vestitini per bambini e qualche giocattolo.<br />
Hanno depredato dignità alla gente, rubato ai pensionati, agli operai, a quelli che non fanno ferie, ma cassa integrazione, lo hanno fatto senza un fremito di vergogna, di rispetto umano.<br />
Al Natale da poco passato, al Bambino hanno tolto canottiera e calzini, hanno sottratto perfino la culla, senza rispettare norma, hanno rubato con premeditazione, con il freddo nel cuore, con arroganza, supponenza, hanno rubato a se stessi ogni futura speranza di diventare uomini, parte di una collettività ritrovata.<br />
Hanno rubato ai vecchi ed ai bambini, a chi non potrà ritornare al mercato dei sogni, se non il prossimo anno. Forse.<br />
Quando la notizia è uscita, le immagini in televisione mostravano persone disperate in brandelli di dialoghi, padri e madri, bimbi, nonni, arrabbiati a tal punto da non riuscire a esternare neppure un’imprecazione, come se la rabbia fosse in procinto di esplodere, una sensazione di assoluta impotenza, di profonda umiliazione.<br />
Rubare è disvalore ufficializzato dai tempi della Croce, dei dieci Comandamenti, sebbene sia un tempo il nostro, in cui addirittura rubare può essere interpretato come una sorta di valore attraente, socialmente e culturalmente neppure mal sopportato, anzi qualche volta apprezzato e apprezzabile.<br />
Ladri gentiluomini, ladri galanti, ladri con una propria etica, più semplicemente si tratta di ladri, continuo a non credere ai Robin Hood, negli Arsenio Lupen,  non mi pare corrispondente al vero il rubare ai ricchi per donare ai poveri, infatti rubare è semplicemente qualcosa di sbagliato, e non sarebbe educativo né da esempio parteggiare per qualcuno che commette imprese furbesche, perché non è detto che lo faccia per dare ai meno fortunati, piuttosto per avere sempre e comunque un tornaconto personale.<br />
Hanno portato via le proprie cose a tante persone in cerca di un po’ di riposo, di pace, di serenità per tutta la famiglia, lo hanno fatto senza alcuna possibilità di attenuanti, di giustificazioni, per trasformare un’azione sbagliata, in qualcosa di “meno” grave, perché commessa da chi costretto a farlo per soddisfare un bisogno primario.<br />
Su quel treno non sono saliti ladri per disperazione, si è rubato alla gente comune, quella onesta, che lavora, a quelli  già in pensione ma ancora si danno da fare per un decoro che non viene meno.<br />
Dove tutto è il contrario di tutto, è sempre difficile schierarsi dalla parte giusta, dove stanno coloro che non credono nobilitante rubare, in particolar modo alla povera gente, dove non c’è nulla di avventuroso nel rendere ancora più triste la vita a chi poco ottiene, che ha figli al seguito da mantenere e fare crescere con amore.<br />
Le parole sono importanti, ancora di più quando  tentano uno scarto per non diventare servili a un metodo, ancora di più quando ci si dimentica in fretta di accadimenti così umilianti e vergognosi, ancora di più quando rubare è sempre sbagliato, ma lo è in maniera inaccettabile nel momento in cui viene perpetrato subdolamente nei confronti di chi non ha strumenti di difesa, né risorse per continuare a sopravvivere.</p>
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		<title>Nel fortino delle illusioni</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2010 12:52:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Andraous</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tanti anni sono trascorsi dal mio arrivo nella Comunità Casa del Giovane, ho conosciuto tanti ragazzi, nei sorrisi nascondevano il dolore delle assenze, delle rinunce, delle  illusioni già morte, ragazzi e ragazze che pur nel silenzio della sofferenza mantengono una loro dignità, nonostante ciò che li colpisce a tradimento, gettandoli impreparati nella devastazione dell’assunzione delle sostanze, tutte le droghe, nessuna esclusa.
Ragazze violentate, ragazzi perduti, giovani dentro una guerra che non è mai stata loro, né lo sarà mai, giovani inascoltati, mal accolti, persino da Dio troppe volte inteso così lontano e remoto, una storia che ci portiamo appresso come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-79" title="vincenzo_andraous" src="http://www.ilpungolo.com/wp-content/uploads/2009/11/vincenzo_andraous.jpg" alt="vincenzo_andraous" width="100" height="127" />Tanti anni sono trascorsi dal mio arrivo nella Comunità Casa del Giovane, ho conosciuto tanti ragazzi, nei sorrisi nascondevano il dolore delle assenze, delle rinunce, delle  illusioni già morte, ragazzi e ragazze che pur nel silenzio della sofferenza mantengono una loro dignità, nonostante ciò che li colpisce a tradimento, gettandoli impreparati nella devastazione dell’assunzione delle sostanze, tutte le droghe, nessuna esclusa.<br />
Ragazze violentate, ragazzi perduti, giovani dentro una guerra che non è mai stata loro, né lo sarà mai, giovani inascoltati, mal accolti, persino da Dio troppe volte inteso così lontano e remoto, una storia che ci portiamo appresso come un peso quotidiano, adolescenti che drammaticamente stramazzano davanti a noi, eppure rimaniamo incollati alla nostra vocazione di cattivi maestri, di educatori presuntuosamente inventati, obbligandoli alle nostre spalle, senza possibilità di vedere il grande bluff.<br />
Pensiamo a questi ragazzi come plotoni allineati  in un perimetro tutto loro, non riusciamo neppure a impegnare tempo a sufficienza per comprendere la loro capacità di sentirsi parte di qualcosa, di qualcuno: più noi rimarremo alla finestra a guardare, più loro si sentiranno parte di una fortezza a loro misura, a tal punto da ritenersi l’unica guarnigione preparata affinché il “fortino delle illusioni “  non abbia a cadere in mani nemiche.<br />
Occorre parlare ai più giovani, con i loro mondi provocatoriamente chiusi in scatole cinesi, nei miti e nei simboli che tramandano desideri tribali, e uccidono le stesse emozioni, travisando il bisogno di non subordinare mai le passioni alle regole, truccando lo scontro culturale e intimo della trasgressione, per andare rovinosamente a sbattere nella “cultura” dei rischi più estremi.<br />
E’ sempre utile stare ad ascoltare quelli che guardano alla vita con occhi smarriti nel tentativo di viverla, e con quegli altri  che nella follia lucida tentano di dominarla, inconsapevoli di esserne diventati miseramente schiavi.<br />
C’è anche il rischio di insegnare dal pulpito, dalla cattedra, di dire agli altri quel che non siamo capaci di ascoltare di noi stessi, possiamo travestirci da duri o da vittime, passare sopra a qualche rimorso, trucidare le speranze e i sogni di quanti più deboli e indifesi, ma è un errore non pensare ai dazi da pagare dopo, perché dopo, i dazi si dovranno pagare fino all’ultima notte più buia, dove non ci saranno mani tese né pacche sulle spalle ad attenderci.<br />
Adolescenti indiani bianchi, riuniti in tribù, e sbrigativamente licenziamo una diversità che è importante, vite differenti, stili esistenziali diversi, ruoli sociali definiti e da declinare con qualche probabilità. Può significare un’evoluzione che porta a riconoscersi nell’altro, non nella somma banale altro-io (dato fisico), bensì come attrazione e amore per l’unità ontologica originaria umana, che è vita insieme, quel noi ( dato sostanziale ) non semplicemente interrelazione tra persone, ma percezione della similarietà umana, condivisione, accettazione, solidarietà.<br />
E’ necessario afferrare quel filo di Arianna che è la memoria, e ricordare le cadute per raccontare ciò che si è imparato, come ha saputo fare David Maria Turoldo:  guerra è appena il male in superficie, il grande male è prima, il grande male è l’amore per il nulla.</p>
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		<title>Fratello lupo nel nome di San Francesco</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2010 12:51:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Andraous</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sfogliando un quotidiano ho letto di Frà Beppe Prioli, meglio conosciuto come Fratello Lupo, e della sua opera di bene instancabile, di fatica e sacrificio in dono ai più poveri, agli ultimi,  gli invisibili.
La sua è storia che va avanti da quattro decenni, e non credo avrà mai fine, perché sono molti gli uomini che ha contaminato con la sua fede e passione per una nuova cultura della legalità, della giustizia, del perdono che possono e devono andare incontro a tutti, innocenti e colpevoli.
Fratello Lupo  nel suo girovagare per le carceri italiane,  luoghi di castigo e di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-79" title="vincenzo_andraous" src="http://www.ilpungolo.com/wp-content/uploads/2009/11/vincenzo_andraous.jpg" alt="vincenzo_andraous" width="100" height="127" />Sfogliando un quotidiano ho letto di Frà Beppe Prioli, meglio conosciuto come Fratello Lupo, e della sua opera di bene instancabile, di fatica e sacrificio in dono ai più poveri, agli ultimi,  gli invisibili.<br />
La sua è storia che va avanti da quattro decenni, e non credo avrà mai fine, perché sono molti gli uomini che ha contaminato con la sua fede e passione per una nuova cultura della legalità, della giustizia, del perdono che possono e devono andare incontro a tutti, innocenti e colpevoli.<br />
Fratello Lupo  nel suo girovagare per le carceri italiane,  luoghi di castigo e di rinascita spesso nascosti all’umanità, a ben pensarci ho sicuramente sbagliato a usare il verbo girovagare, lui è un pellegrino senza sosta, ma con un obiettivo assai chiaro nella testa, con impresso nel cuore il progetto del segno della croce, convintamene aggrappato alla speranza di migliorare l’intorno, e gli uomini caduti rovinosamente sul ciglio della vita.<br />
Conosco Fra Beppe da quando portavo i calzoncini corti, e il mio tempo cominciava a diventare un’eruzione  che nulla avrebbe risparmiato, fino a quando l’orizzonte ha ripreso sembianze umane, attraverso orme digitali lasciate qua e là, impossibili da non vedere e cercare e seguire.<br />
Quando penso al suo entusiasmo per la vita, alla sua tenacia e fortezza, a quella sua capacità di arrabbiarsi e commuoversi, di farsi avanti e vicino a chi il reato lo subisce, come a chi il danno lo causa, non mi è difficile comprendere il  motivo per cui, incontrandolo non è consentito voltarsi dall’altra parte, non fare i conti con il bene che c’è e non può sottrarsi dal farsi presente.<br />
Con Frà Beppe c’è l’esigenza di condividere fino in fondo dolori e gioie vissute in due, per chi scrive è importante rammentare le sue parole: scrivere e leggere è il solo modo che conosco per creare un’immagine su cui posare lo sguardo, e trovare la forza per raccattare i cocci del passato, senza timore dei suoi fantasmi, per tramutare la paura di avere paura in un’avventura da vivere pienamente.<br />
Frà Beppe e la sua fede caparbia verso tutto ciò che affanna a uscire dall’invivibile, verso chi è costretto a esistere non esistendo più, il suo amore verso l’insegnamento e la pedagogia del fare più che del dire, per imparare ad avere cura di sé, degli altri, e del mondo, per costruire direzioni di senso alla propria esistenza.<br />
Ricordo quando lo trovarono per terra nella sua stanzetta di monastero, più morto che vivo, con un filo di voce sussurrò al suo amico e fratello Padre Ireneo: se davvero devo partire, ti prego di farmi un favore, non voglio fiori né corone, ma una damigiana vuota e aperta posta al centro della mia bara, sì, proprio sopra al mio cuore, con appiccicato un bel cartello: “infilate qui dentro ciò che potete offrire, perché anche da questo passaggio continua la mia opera di aiuto dentro e fuori del carcere”.<br />
Frà Beppe e la prigione, i detenuti e l’Istituzione, le vittime e i colpevoli, seppure tra incudine e martello, non arretra, ama e non bara mai, ma proprio da una giusta e doverosa esigenza di giustizia da parte di chi è offeso e umiliato, ricerca nuove opportunità di riscatto e di riconciliazione,  di perdono mantenuto e custodito con cura e rispetto, perché trasformare e migliorare il presente carcerario, significa poter ritornare a essere persone migliori.</p>
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		<title>Finalmente  liberi con le gambe in avanti</title>
		<link>http://www.ilpungolo.com/finalmente-liberi-con-le-gambe-in-avanti/</link>
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		<pubDate>Mon, 11 Jan 2010 20:06:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Andraous</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>

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		<description><![CDATA[Corre l’anno 2010 e mi continua a colpire l’indifferenza, la  disattenzione, con cui si prende atto che in carcere ci si ammazza a vent’anni, a quaranta, a sessanta,  nel silenzio più colpevole, ma ciò non provoca alcun brivido, se non quello di prendere per il bavero l’intelligenza.
In questo bailamme di disegni sgangherati, di giustizia dell’ingiustizia, e di ingiustizia della giustizia, in questo abisso: alla prima curva non c’è più a fare da ponte l’uomo, ma lo spettro di una disumana accettazione.
Penso alla politica alta, penso agli uomini che la fanno, penso ai Caino come me che scontano la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-79" title="vincenzo_andraous" src="http://www.ilpungolo.com/wp-content/uploads/2009/11/vincenzo_andraous.jpg" alt="vincenzo_andraous" width="100" height="127" />Corre l’anno 2010 e mi continua a colpire l’indifferenza, la  disattenzione, con cui si prende atto che in carcere ci si ammazza a vent’anni, a quaranta, a sessanta,  nel silenzio più colpevole, ma ciò non provoca alcun brivido, se non quello di prendere per il bavero l’intelligenza.<br />
In questo bailamme di disegni sgangherati, di giustizia dell’ingiustizia, e di ingiustizia della giustizia, in questo abisso: alla prima curva non c’è più a fare da ponte l’uomo, ma lo spettro di una disumana accettazione.<br />
Penso alla politica alta, penso agli uomini che la fanno, penso ai Caino come me che scontano la propria condanna, penso agli Abele dai silenzi protratti, e ricordo i tanti miliardi elargiti a parole nella vecchia legislatura, nella nuova, nella futura,  per un progetto “intero”, almeno così era stato promesso.<br />
Rammento le conferme per un investimento serio e notevole per far si che la prigione potesse praticare il dettato Costituzionale, e non quell’incerta pena di morte tutta italiana.<br />
S’è trattato di utopia, e gli utopisti sono illusi nella teoria, e violenti nella pratica.<br />
Di illusione s’è trattato davvero, infatti quei soldi sono stati dirottati verso altri lidi, verso altre istanze, non più per bilanciare precise scelte di politica criminale, che andassero, sì, verso una richiesta legittima di sicurezza collettiva, ma con la stessa intensità non disdegnassero  una pena improntata realmente su passaggi rieducativi, risocializzanti, quindi  destrutturanti-ristrutturanti.<br />
Le necessità operative del carcere restano, impellenti, improrogabili, eppure rimangono a sopravvivere delle loro assenze e mancanze. Peggio, si rifiuta di ovviare al problema con lo sviluppo di spazi psicologici  e relazionali, dove chi è in prigione possa esprimersi liberamente, in un terreno fertile per l’autocritica, e per la propria crescita personale.<br />
L’antropologia insegna che dal confronto, laddove si realizzi un vero ragionamento dialogico, scaturisce sempre e comunque un “prodotto nuovo”, perché  l’incontro e lo scambio conducono a risultati sempre migliori rispetto ai precedenti.<br />
Tutto  questo mi porta comunque a una ulteriore considerazione; in tanti rimarranno alla finestra ad aspettare, gli altri contribuiranno a risolvere il problema del sovraffollamento.</p>
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		<title>La speranza che non tutto è perduto</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Jan 2010 19:09:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Andraous</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono stato invitato a parlare in una scuola, da un giovane che qualche tempo fa ha svolto opera di volontariato nella Comunità Casa del Giovane, per partecipare a un dibattito sul tema della violenza e della giustizia, sul disagio che incancrenisce la società intera.
In un momento così atomizzato dalle incurie educative, occorre davvero incontrarsi e discutere, soprattutto parlare e ascoltare, e ancora dapprima ascoltare e poi parlare, senza lesinare attenzione all’educazione che scaturisce dal confronto, educazione alla pazienza, educazione al rispetto altrui, educazione alla propria passione e fede, che non può permettersi di ammaccare né emarginare alcuno, solo perché  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-79" title="vincenzo_andraous" src="http://www.ilpungolo.com/wp-content/uploads/2009/11/vincenzo_andraous.jpg" alt="vincenzo_andraous" width="100" height="127" />Sono stato invitato a parlare in una scuola, da un giovane che qualche tempo fa ha svolto opera di volontariato nella Comunità Casa del Giovane, per partecipare a un dibattito sul tema della violenza e della giustizia, sul disagio che incancrenisce la società intera.<br />
In un momento così atomizzato dalle incurie educative, occorre davvero incontrarsi e discutere, soprattutto parlare e ascoltare, e ancora dapprima ascoltare e poi parlare, senza lesinare attenzione all’educazione che scaturisce dal confronto, educazione alla pazienza, educazione al rispetto altrui, educazione alla propria passione e fede, che non può permettersi di ammaccare né emarginare alcuno, solo perché  meno numeroso o rumoroso.<br />
Il mondo dei giovani adulti non è poi così chiuso e concluso, neanche sono vittime sacrificali di un assolutismo che non c’è più, piuttosto nel chiedere aiuto agli altri, c’è tutta la volontà a leggere bene ogni riga del libro della vita, scorrerne le pagine, soffermandosi sulle pause, tratteggiando una nuova punteggiatura.<br />
Quanto accade “normalmente”, nelle strade, nelle case, nelle scuole, più o meno consensualmente, è il risultato di un andazzo che non può essere licenziato come qualcosa di sconosciuto, per cui  ogni volta rimaniamo sorpresi, poi tramortiti, dalle umiliazioni, dalle offese, dalle minacce, anormalità che rumina normalità.<br />
Educare non è una strategia da imparare in fretta, per fare saltare il banco, quello della convivenza civile, della legalità, della giustizia, più o meno intesa malamente dal mondo adulto, figuriamoci da chi si beffa dell’autorità e delle regole condivise perché adolescente. Non so se mi è stato chiesto di interloquire sul disvalore della violenza per il mio ruolo nella Comunità Casa del Giovane, o per la mia storia personale, o per quanto sta attraversando le linee mediane del nostro paese, ciò che importa è questa voglia di parlarne, di scambiare opinioni, questa capacità dei ragazzi di non rimanere imprigionati  in una “suggestione”, una rappresentazione così falsata dal presente da negare accesso al futuro, il loro futuro.<br />
Questa emergenza educativa non è altro che la conseguenza di una cultura di ciò che si è diventati, del  rispondere  alla mancanza di una ragione adeguata di vivere ( sopravvivere ), con l’atteggiamento di chiuderci per stanchezza, e poi reagire sconsideratamente come educatori-formatori.<br />
Non è semplice discutere di violenza, di questa ricerca di equità e di equilibrio della rendicontazione, è meno oneroso ridurre i giovani a individui arrendevoli, confusi, additandoli sbrigativamente per quelli del tutto e subito, senza mai passare ai raggi x i nostri comportamenti nei loro riguardi.<br />
Parlare di violenza, di disagio giovanile, di droga, di carcere, può significare non solamente vincere un pregiudizio, la propria inadeguatezza, la durezza di corrispondere all’eroe di turno, spesso negativo e quasi sempre adulto, che insegna a liberarsi dall’insopportabilità del limite, della regola, della rinuncia, attraverso la violenza e i comportamenti devianti.<br />
Forse  con questo incontro qualcuno riuscirà a consegnare ai propri coetanei  il peso di una giustizia che è  rigetto della violenza,  e darà a me, dinosauro adulto, la speranza che non tutto è perduto.</p>
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		<title>Su quella panchina mutilata dall’incuria</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Dec 2009 13:37:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Andraous</dc:creator>
				<category><![CDATA[Commenti]]></category>

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		<description><![CDATA[I tempi cambiano, le persone raccolgono nei capelli grigi gli anni che non ritornano.
Il tempo che scorre via offre la possibilità di guardarci dentro, senza premeditarne l’agguato, appropriandoci di strumenti  idonei affinché non si ripetano gli stessi errori.
Zandalee è una ragazza che ciondola nei dintorni della Comunità Casa del Giovane, non riesce a sostenere un percorso terapeutico comunitario tradizionale, l’unica pedagogia che mastica è quella della panchina mutilata dall’incuria, con quella falsa libertà che ne consegue, caricatura beffarda della morte perennemente accovacciata sulle spalle.
Zandalee acconsente a frequentare uno spazio inventato nelle strutture della comunità: In &#38; Out, per avere un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-79" title="vincenzo_andraous" src="http://www.ilpungolo.com/wp-content/uploads/2009/11/vincenzo_andraous.jpg" alt="vincenzo_andraous" width="100" height="127" />I tempi cambiano, le persone raccolgono nei capelli grigi gli anni che non ritornano.</p>
<p>Il tempo che scorre via offre la possibilità di guardarci dentro, senza premeditarne l’agguato, appropriandoci di strumenti  idonei affinché non si ripetano gli stessi errori.</p>
<p>Zandalee è una ragazza che ciondola nei dintorni della Comunità Casa del Giovane, non riesce a sostenere un percorso terapeutico comunitario tradizionale, l’unica pedagogia che mastica è quella della panchina mutilata dall’incuria, con quella falsa libertà che ne consegue, caricatura beffarda della morte perennemente accovacciata sulle spalle.</p>
<p>Zandalee acconsente a frequentare uno spazio inventato nelle strutture della comunità: In &amp; Out, per avere un momento di tregua dalla fatica di abitare la strada, per quanti come lei vivono situazioni di disagio sommerso, e non riescono a rivolgersi alle Istituzioni  pubbliche, o non trovano in esse le risposte adeguate per la loro difficoltà.</p>
<p>In un giorno orizzontale, di quelli che non dicono nulla, così definisce i giorni iracondi, mi ha detto: ma che cavolo volete da me, io non ho bisogno del futuro che volete aiutarmi a scorgere, non mi importa un fico secco di ripensare a ieri cosa è successo, la mia vita è in questo presente, non mi frega un accidente se non riesco a spiegarvelo, è così punto e basta.</p>
<p>Zandalee rimane agganciata alla nostra struttura, il filo costruito insieme non molla la presa, è un filo di speranza per non morire di freddo, di fame, di solitudine non di rado imposta, che non potrà mai avere prossimità con una qualche libertà da liberare.</p>
<p>Quando vedo questa ragazza infagottata male, che cammina rasente ai muri come una colpevole, mi sembra di partecipare anch’io a questa paralisi del cuore, alla complicità sociale che fugge via innanzi a una ragazza che ruba i giorni alla vita.</p>
<p>Un uso improprio di fare prevenzione, nella normale amministrazione della vita e della morte spese male, uno stordimento che è proprietà di una intera collettività, anestetizzata da stagioni sempre più omologate e assoggettate al presente, che non contempla sforzi per un possibile domani migliore.</p>
<p>Di droga si muore, di alcol si procede carponi, di violenza e onnipotenza ci si strozza, possono sembrare slogans, ma quando qualcuno stecchisce per il freddo su una panchina a lato della via, se altri optano per  l’eroina, perché saturi di canne, cocaina e pasticche da calare giù, vuol dire che c’è un problema serio da affrontare, dirompente più delle ideologie, di qualche demenza gruppale da tirare a mano per giustificare sempre più facili autoassoluzioni.</p>
<p>Zandalee è diventata una intermittenza natalizia, con le sue dita febbricitanti, con il passato che non c’è, eppure ritorna come un giuda senza fare rumore, come l’eroina per gli appiedati e appestati licenziati come incurabili.</p>
<p>Forse è addirittura una sofferenza in questo periodo di festa, come un effetto indesiderato per qualche stella di natale in più, per  una cultura incombente che consegna medaglie solo a chi è promosso vincente, scavalcando con indifferenza  Zandalee e il suo bivacco di niente, svenduto a poco prezzo, per una dose che più di qualche volta avrà fine solamente alla fossa.</p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Non può esistere l’una senza l’altra</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Dec 2009 08:51:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Andraous</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ho partecipato a un incontro pubblico in un comune del pavese, il tema: sicurezza e rieducazione. Come se questo diritto e questo dovere inalienabili, fossero improvvisamente percepiti come ingannevoli, poli opposti che non debbono convergere, perché fondamenta di una architettura malamente consumata.
Eppure si tratta di diritto e rovescio della stessa partita da giocare, insieme, e non del  risultato di una informazione malata, di una incapacità comunicazionale, di una notizia moltiplicata per mille, un fucile imbracciato così male da essere puntato nel mucchio, una specie di smercio e consumo della notizia, feroce nell’attualizzare ciò che è incomprensibile e irraccontabile, quale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-79" title="vincenzo_andraous" src="http://www.ilpungolo.com/wp-content/uploads/2009/11/vincenzo_andraous.jpg" alt="vincenzo_andraous" width="100" height="127" />Ho partecipato a un incontro pubblico in un comune del pavese, il tema: sicurezza e rieducazione. Come se questo diritto e questo dovere inalienabili, fossero improvvisamente percepiti come ingannevoli, poli opposti che non debbono convergere, perché fondamenta di una architettura malamente consumata.<br />
Eppure si tratta di diritto e rovescio della stessa partita da giocare, insieme, e non del  risultato di una informazione malata, di una incapacità comunicazionale, di una notizia moltiplicata per mille, un fucile imbracciato così male da essere puntato nel mucchio, una specie di smercio e consumo della notizia, feroce nell’attualizzare ciò che è incomprensibile e irraccontabile, quale è il carcere odierno, ma che ci fa perdere contatto con la verità di questa realtà, con la necessità dell’indagine da svolgere correttamente, con gli interventi non più rinviabili.<br />
Sicurezza e rieducazione, un binomio inscindibile, non può esistere l’una senza l’altra, non può trovare tutela e garanzia l’una senza la responsabilizzazione dell’altra. Ma nuovamente questa volontà di confronto è genuflessa da un sovraffollamento carcerario che ha oramai superato il limite più disumano,  dal susseguirsi di suicidi al ritmo dei sei al mese, dalle morti sospette che non sanno stare in silenzio, dalle lesioni sparpagliate negli angoli bui.<br />
E’ questo show a mettere curiosità, a far sì che il carcere sia quello dei film, o quello dei fumetti, redatti da una politica balorda? Oppure è un’altra cosa, ben più temibile delle parole inutili, un carcere in balia di un surplus di mendicanza e miserabilità, dove può accadere che trovi una collocazione, anche chi se ne sta bellamente e ipocritamente dove tutto è regola e legalità, ma poi improvvisamente, si ritrova anch’egli depredato della propria dignità, dei diritti fondamentali.<br />
Sicurezza e rieducazione, significa fare salvaguardia della collettività, nel riconsegnarle uomini nuovi, iniziando da quell’art. 27 della nostra carta magna, imparando che non è consentito mentire né giocare con la dignità delle persone, e che la “rivoluzione tradita” del dettato costituzionale, forse non è neppure sufficiente a limitare il tragitto di una pena decorosa e costruttiva.<br />
Forse non è più sufficiente parlare di giustizia giusta, di rigetto della vendetta, occorre riempire di contenuti questi passaggi, e tentare di ritrovare una misura, un senso, persino  dentro una cella.<br />
Non potrà esserci sicurezza e risocializzazione, se al consorzio civile non sarà consentito di comprendere che esiste un prima, in cui chi sbaglia e commette un reato, viene obbligato alla pena che ne deriva, un durante in cui il riesame del proprio vissuto potrà fare mutare condizione alla propria testa e cuore. Ma c’è un dopo, in cui le porte della prigione si apriranno, perché volenti o nolenti si riapriranno, e se non vorremo ritrovarci in seno persone deresponsabilizzate al punto da essere ridotte a una condizione di infantilizzazione, sarà cura di ognuno impegnarci affinché quel “dopo” positivo, sia una realtà raggiungibile, perché legato senza ulteriori lentezze e stanchezze, a un durante solidale costruttivo.</p>
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		<title>Ruolo e utilità sociale del  carcere</title>
		<link>http://www.ilpungolo.com/ruolo-e-utilita-sociale-del-carcere/</link>
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		<pubDate>Wed, 09 Dec 2009 09:30:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Andraous</dc:creator>
				<category><![CDATA[Commenti]]></category>

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		<description><![CDATA[Quante volte abbiamo scritto su quel perimetro deliberatamente dimenticato qual è il carcere, infinite volte ai silenzi assordanti sono seguiti sofismi e editti che sono rimasti lettera morta. Grosse fette della Società, delle Istituzioni, dei Governi, hanno speso parole e intenzioni, ma opere ben poche, se non quelle del redigere rapporti di morti sopravvenute e di utopie tutte a venire: nonostante le dimensioni di una disumanità ormai divenuta regola, di un moltiplicarsi tragico di suicidi, di autolesionismi, di miserie umane così profondamente deliranti. senza più una professione di fede, neppure quella della strada.
Il popolo della galera non ha più generazioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-79" title="vincenzo_andraous" src="http://www.ilpungolo.com/wp-content/uploads/2009/11/vincenzo_andraous.jpg" alt="vincenzo_andraous" width="100" height="127" />Quante volte abbiamo scritto su quel perimetro deliberatamente dimenticato qual è il carcere, infinite volte ai silenzi assordanti sono seguiti sofismi e editti che sono rimasti lettera morta. Grosse fette della Società, delle Istituzioni, dei Governi, hanno speso parole e intenzioni, ma opere ben poche, se non quelle del redigere rapporti di morti sopravvenute e di utopie tutte a venire: nonostante le dimensioni di una disumanità ormai divenuta regola, di un moltiplicarsi tragico di suicidi, di autolesionismi, di miserie umane così profondamente deliranti. senza più una professione di fede, neppure quella della strada.</p>
<p>Il popolo della galera non ha più generazioni da consegnare alla storia, quelle che in essa si sono imbattute, sono ormai annientate e hanno portato con sé la rabbia, il furore, la follia. Dell’utilità della pena, del ruolo sociale del carcere si parla per scatti, per ripicche, se ne parla per non parlarne più, per levarci dalle scatole un fastidio, non per rendere giustizia a chi è stato offeso né a chi l&#8217;offesa l&#8217;ha recata. Se ne parla per rendere nebulosa e poco chiara ogni analisi, se ne parla per nascondere l&#8217;ingiustizia di una giustizia che tocca tutti.</p>
<p>Il detenuto non è un numero, né un oggetto ingombrante&#8230; Lo dice il messaggio cristiano, dapprima, e quello di umanità ritrovata poi, e invece la realtà che deborda da una prigione è riconducibile all&#8217;umiliazione che produce il delitto, ogni delitto nella sua inaccettabilità.</p>
<p>E&#8217; proprio questa irrazionalità che genera pericolose disattenzioni, a tal punto da ritenere il recluso qualcosa di lontano, estraneo, pericoloso per sempre, qualcosa di non ben definito. Dimenticando che stiamo parlando di persone, di pezzi di noi stessi scivolati all&#8217;indietro.</p>
<p>Carcere duro, sottonumero di organici, corpi speciali e corpi adagiati stancamente su piedistalli di carta, lamenti e grida, sostituiscono il delirio di onnipotenza di ieri, fino a formare l&#8217;ossatura del carcere odierno, composto per lo più da una grammatura incontabile di commiserazione, che neppure intende sottrarsi alla sepoltura di ogni dignità calpestata. Eppure, nonostante le fratture, le lacerazioni, le assenze eterne siano le fondamenta su cui poggiano le ultime speranze, è palese il tentativo di una involuzione che incoraggia al presente ideologie senza alcun Dio, se non quello della forza.</p>
<p>Nei decenni trascorsi tra sbarre e filo spinato, ho avuto netta l&#8217;impressione che incapacitare fosse l&#8217;unica risposta da parte di una Società, e quindi uno Stato, di porsi a mezzo al dilagare della violenza. Sebbene tremendo nel suo effetto, non sorprende in quegli anni di rivolte e di ribellioni, l&#8217;intendimento di spersonalizzare e annullare l&#8217;identità del detenuto. Ma oggi che il carcere è per lo più un contenitore di numeri e di miserie, a che pro riproporre le armi della sola repressione, rifiutare una realtà infarcita di membra piegate e piagate?</p>
<p>Proprio ora, che il lamento non è più un grido di guerra.</p>
<p>E&#8217; vero, il detenuto non è la vittima, le vittime sono senz&#8217;altro altri, feriti, offesi, scomparsi, ma il detenuto è persona che sconta la propria pena, che vorrebbe riparare, se posto nella condizione di poterlo fare.</p>
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