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	<title>ilpungolo.com &#187; Paola Locci</title>
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	<description>Siamo tutti in una fogna, ma noi guardiamo le stelle</description>
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		<title>Avatar e la paura di vivere</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2010 12:54:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Locci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scienza]]></category>

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		<description><![CDATA[Si legge in questi giorni che “Avatar” (James Cameron, 2009) provocherebbe depressione e idee di suicidio in soggetti giovani e giovanissimi. Non sono in grado di quantificare questo fenomeno, né saprei dire  in che misura è già presente in Italia, ma, se pure riguardasse pochi individui, sarebbe comunque un segnale allarmante.
Vorrebbe forse dire che se oggi si riproponesse “A beautiful mind”  (Ron Howard, 2001), gli spettatori comincerebbero ad avere allucinazioni? Oppure, dopo aver visto una riedizione di “Un giorno di ordinaria follia”  (Joel Schumacher, 1993), uscirebbero dal cinema pronti a fare una strage?
Non lo credo. La suggestione, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-49" title="paola_locci" src="http://www.ilpungolo.com/wp-content/uploads/2009/10/paola_locci.jpg" alt="paola_locci" width="140" height="140" />Si legge in questi giorni che “Avatar” (James Cameron, 2009) provocherebbe depressione e idee di suicidio in soggetti giovani e giovanissimi. Non sono in grado di quantificare questo fenomeno, né saprei dire  in che misura è già presente in Italia, ma, se pure riguardasse pochi individui, sarebbe comunque un segnale allarmante.<br />
Vorrebbe forse dire che se oggi si riproponesse “A beautiful mind”  (Ron Howard, 2001), gli spettatori comincerebbero ad avere allucinazioni? Oppure, dopo aver visto una riedizione di “Un giorno di ordinaria follia”  (Joel Schumacher, 1993), uscirebbero dal cinema pronti a fare una strage?<br />
Non lo credo. La suggestione, anche collettiva, è un fenomeno ben conosciuto. Ma uno stato depressivo difficilmente può essere classificato come un fenomeno collettivo.</p>
<p>Un mondo fantastico, meraviglioso e perfetto è sempre esistito. Nelle favole. Nei sogni. Nelle utopie. Il livello tecnologico altissimo raggiunto nella realizzazione di Avatar indubbiamente permette un’immersione quasi totale nel mondo virtuale di Pandora, ed è comprensibile un certo grado di coinvolgimento. Tuttavia i giovani d’oggi dovrebbero essere avvezzi agli “effetti speciali” molto più di chi, ad esempio, ha sperimentato il cinerama de “La conquista del West”, nei lontani anni ’60 (John Ford, 1962).<br />
Allora cosa sta succedendo?</p>
<p>Questi alcuni dei post pubblicati sui forum e riportati dai giornali:</p>
<p>«Da quando ho visto Avatar sono depresso. Guardando il favoloso mondo di Pandora, ho realizzato che vorrei vivere in un posto così. Ho pensato di uccidermi, magari rinascerò in un luogo simile a quello del film, dove tutto è come in Avatar»<br />
«Quando mi sono svegliato la mattina dopo essere stato al cinema, il mondo mi è apparso grigio. Il mio lavoro, la mia vita, tutto ha perso ogni valore. E&#8217; tutto così insignificante, è un mondo di morte»<br />
«Sono depresso perchè voglio vivere a Pandora, dove ogni cosa è perfetta. Inoltre, mi sento triste perchè il mio mondo fa schifo, sono disgustato da come la razza umana ha distrutto la Terra»</p>
<p>Senza ovviamente generalizzare, ho avuto spesso modo di constatare che i ragazzi delle ultime generazioni danno per scontati una serie di “privilegi” che scontati non sono, né tanto meno dovuti. E se li aspettano, li pretendono. Come se la vita dovesse loro “un credito illimitato” (così diceva un mio paziente).<br />
Come se avessero nella testa un modello ideale al quale la vita deve uniformarsi. Pace e amore. Una natura amica e incontaminata. Giustizia per tutti. Bellezza, felicità e armonia. Come a Pandora. Se l’idea è questa e ci si guarda intorno, è facile convincersi di essere stati defraudati, di stare subendo un’ingiustizia.</p>
<p>Si potrebbe parlare di una forma di egocentrismo di tipo infantile. Quello per cui i bambini piccoli pensano che tutto ruoti intorno a loro. Che il mondo esista solo per soddisfare le loro esigenze. I bambini sono esseri “nuovi” senza passato e futuro, senza storia, concentrati nell’attimo presente. Ed è giusto e fisiologico che sia così.<br />
Ma molti adolescenti continuano a trascinarsi, talvolta fino all’età adulta, una preoccupante mancanza di consapevolezza rispetto ad un contesto spazio-temporale che è la storia dell’esistenza umana. Si percepiscono come se fossero i  “primi”, staccati dal passato, come se gli esseri umani delle generazioni precedenti, degli anni, dei millenni precedenti, e di altri luoghi, non fossero esistiti e non esistessero; non avessero a loro volta trovato difficoltà e dolore e non avessero dovuto lottare per migliorare la propria condizione.<br />
Quanti si rendono conto che solo cent’anni fa non c’erano il telefono, la televisione, l’insulina e gli antibiotici, che in trent’anni ci sono state 2 guerre con milioni di morti, che solo sessant’anni fa mangiare 3 volte al giorno era una conquista e andare a scuola un lusso, che solo quarant’anni fa avere un lavoro gratificante, un’automobile, una bella casa, comodità e divertimenti, era per pochi fortunati?! E che in altri luoghi del mondo è ancora così?!<br />
Non è un po’ assurda la pretesa di trovare tutto già fatto, problemi risolti, natura in equilibrio, specie umana finalmente saggia ed evoluta?</p>
<p>Il mondo è brutto? La vita non è come la vorrei? Ci sono i cattivi che stanno rovinando il mio mondo perfetto? Allora io non voglio starci.<br />
Allo stesso modo, non si accettano fallimenti, sconfitte, abbandoni. La felicità mi è dovuta, è un mio diritto. Dovrei conquistarmi tutto con le unghie e con i denti? Allora non voglio starci.<br />
E anche tutto il resto del mondo deve funzionare bene, perché io non sono egoista, voglio che tutti siano felici, che abbiano da mangiare e l’acqua, e libertà, e calore quando fa freddo, e le foreste amazzoniche devono vivere, e cibo e rispetto per gli animali… Non è già così? Allora non voglio starci<br />
.<br />
Rendersi conto di questo schema mentale è molto importante. Faccio un esempio: se ad una persona capita  un incidente, una malattia, un lutto, quella persona soffre diciamo in modo sano; ma se all’incidente, alla malattia o al lutto, si somma la convinzione di aver subìto un’ingiustizia &#8211;  perché è successo? non era così che doveva andare… &#8211; la sofferenza diventa insopportabile.<br />
A chi si sente deprivato di un diritto, e non è abituato a combattere per conquistarlo, non resta che la fuga. Nella droga, nell’alcool, nella musica allucinogena dei rave party, nell’estraniamento  mascherato da un’iperemotività esasperata quanto fuggevole. Nel consumismo compensatorio o nell’idealismo più inconcludente. Oppure nella depressione, la cui genesi coincide con una sorta di “resa” di chi è convinto di non farcela.<br />
Tutto questo esisteva già prima di Avatar.</p>
<p>E’ legittimo desiderare una vita serena in un mondo meraviglioso, inseguire sogni e ideali. Ma avere un modello di “vita perfetta” è sicura fonte di delusioni e disperazione. Crescere significa riuscire a smantellare questo modello e a sostituirlo con un’idea ragionevole di esistenza reale. Acquisendo anche  la capacità di consolarsi degli aspetti iniqui e crudeli con le sorprendenti meraviglie che pure, incredibilmente, ci circondano.</p>
<p>E qui vengo alle domande fondamentali: chi insegna ai bambini che la realtà è imperfetta, ma va affrontata? Che le favole sono necessarie e che è bello riposarsi nella fantasia, ma che l’esistenza va vissuta come una sfida, mettendoci tutta la forza e il cuore di cui siamo capaci? Chi spiega loro la differenza tra un desiderio e la possibilità di realizzarlo?<br />
Chi insegna ai giovani che ogni singolo individuo è chiamato ad assumersi delle responsabilità e a fare la propria parte perché questo vecchio mondo, l’unico che abbiamo, difficile e terribilmente complesso, diventi migliore?<br />
Avatar non c’entra, ha solo illuminato la punta di un iceberg che si aggira silenzioso intorno a noi.</p>
<p>Si possono tirar su dei figli forti, consapevoli, coraggiosi, oppure degli esseri fragili, sempre in fuga, con tanti sogni nella testa e tanta paura di vivere. Degli avatar sperduti sull’imperfetto pianeta Terra.<br />
Agli adulti la scelta.</p>
<p><em>www.paolalocci.it</em></p>
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		<title>La vicinanza</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Dec 2009 13:09:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Locci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Commenti]]></category>

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		<description><![CDATA[E anche quest’anno è passato. Il Natale, intendo. Il Natale è una strana festa: ha l’obiettivo dichiarato, proclamato, ripetuto, di rinnovare e manifestare tutto il buono che c’è nelle persone, e il risultato è che spesso ne scaturisce il peggio, soprattutto nelle famiglie. Non parlo di coloro che vivono il Natale per quello che realmente è: una ricorrenza religiosa tra le più importanti, fondamentale nella storiografia del cristianesimo e nel cuore dei credenti. Sono belle e commoventi certe riunioni familiari, spontanee e gioiose. Non serve molto, una bella tavola, qualche regalo ai più piccoli, abbracci e sorrisi veri, un guardarsi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-49" title="paola_locci" src="http://www.ilpungolo.com/wp-content/uploads/2009/10/paola_locci.jpg" alt="paola_locci" width="140" height="140" />E anche quest’anno è passato. Il Natale, intendo. Il Natale è una strana festa: ha l’obiettivo dichiarato, proclamato, ripetuto, di rinnovare e manifestare tutto il buono che c’è nelle persone, e il risultato è che spesso ne scaturisce il peggio, soprattutto nelle famiglie. Non parlo di coloro che vivono il Natale per quello che realmente è: una ricorrenza religiosa tra le più importanti, fondamentale nella storiografia del cristianesimo e nel cuore dei credenti. Sono belle e commoventi certe riunioni familiari, spontanee e gioiose. Non serve molto, una bella tavola, qualche regalo ai più piccoli, abbracci e sorrisi veri, un guardarsi negli occhi che è un guardarsi, e vedersi, ogni giorno dell’anno.<br />
Parlo di tutti gli altri, forse la maggioranza. Lo shopping frenetico, le abbuffate, i regali obbligatori, sorrisi e auguri diretti indiscriminatamente ad amici e “nemici” con una falsità che nel resto dell’anno ci farebbe rabbrividire.<br />
Ma l’aspetto più triste è la finta vicinanza. L&#8217;amico o, peggio, il parente che ricompare dal nulla, come un fantasma, dopo improvvise scomparse e lunghi silenzi, e si mette a chiacchierare allegramente del più e del meno come se niente fosse. “Come state? State bene? Son contenta” ripete meccanicamente la Gina di &#8220;Parenti serpenti&#8221; (Monicelli, 1992), senza neppure un velato segno di interesse riguardo alla risposta. Certo, può succedere in qualsiasi giorno, ma le festività natalizie sono il periodo più propizio per questo esercizio di malcelata ipocrisia. A Natale chi ha il coraggio di respingere cotanta cordialità?<br />
Anche in questo caso è necessario un distinguo. Ci sono rapporti che non necessitano di continuità e il Natale è un’occasione per salutare qualcuno che non si frequenta abitualmente. Può essere il collega andato in pensione, il vecchio medico di famiglia, un insegnante, una persona qualunque incontrata un breve momento in vacanza e di cui ci fa piacere avere notizie. Con alcune persone è impossibile fare amicizia: le circostanze, o le distanze, di ogni tipo, non lo consentono. Però sono persone con cui avremmo voluto fare amicizia. Natale può essere un buon momento per ricordarsi di loro, per fare un augurio sincero e mirato, non superficiale e generico.<br />
Si può stare insieme agli altri in molti modi: non sempre è necessario, né opportuno, entrare in confidenze che potrebbero anche mettere in imbarazzo, esprimere sempre e comunque idee e convinzioni, raccontare emozioni e stati d’animo. Sono le normali relazioni sociali, di lavoro, di vicinato, di comune passione sportiva o artistica; quelle relazioni che comprendono un caffè insieme, una pizza, al massimo un viaggio organizzato. E gli auguri di Natale.<br />
Ma le amicizie importanti e le parentele non sono relazioni come le altre: sono, o dovrebbero essere, relazioni basate non solo sull’affetto, ma anche sulla conoscenza, la continuità, la “vicinanza”. Sono queste le relazioni tradizionalmente esaltate da una ricorrenza come il Natale. E, paradossalmente, più viene celebrato il significato di tali vincoli privilegiati, più l’assenza di autenticità può diventare, per alcuni, insostenibile.<br />
Che cos’è la vicinanza? E’, né più né meno, essere vicini, essere accanto. Non in senso fisico, ci sono vicinanze con in mezzo migliaia di chilometri. E’ conoscere davvero una persona. Sapere che colore preferisce, cosa le piace mangiare, come la pensa sulla moda la politica la musica rock, quali sono le sue paure, i suoi rimpianti, i suoi desideri. Cosa la rende felice. Quando e perché ride, o piange. E’ condivisione di ricordi, di esperienze vissute con uguale sensibilità. E’ non avere paura di scoprirsi, di raccontare e ascoltare fragilità e fierezze, gioie e rabbie. Piccoli gesti. Avvisare la zia che danno il pattinaggio in TV, chiamare un’amica durante un temporale perché ha paura dei tuoni, inviare una mail con la foto di un gatto al cugino gattofilo. Farsi vivi per un saluto, ogni tanto, in un giorno qualsiasi. Senza aspettare Natale.<br />
Eppure, a Natale, se qualcuno osasse dire che il re è nudo, se osasse cioè dire a certi fantasmi: scusa, ma quest’anno non gradisco i tuoi auguri e il tuo finto interessamento, non ho voglia di parlare con te del tempo e del governo tra un brindisi e una tombolata, rievocando vecchi episodi e spettegolando sugli assenti, i fantasmi risponderebbero allibiti: ma perché, che ti ho fatto?</p>
<p>www.paolalocci.it</p>
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		<title>Non si gioca a &#8220;testa&#8221; o &#8220;croce&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Nov 2009 13:47:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Locci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Commenti]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8230; per ogni argomento, è possibile considerare diversi livelli di discussione,  tutti interconnessi ma anche distinti&#8230; 
Nel mio lavoro è vitale, ancorché faticoso ma innegabilmente avvincente, sforzarsi di ragionare. Ragionare con ordine, senza mescolare i “livelli” di analisi. Dubbi, domande, dati, più che asserzioni.  Prenderò, come sempre, spunto dall’attualità per spiegare di cosa sto parlando.  Una bollente polemica, recentemente generata da una sentenza della “Cour européenne des droits de l&#8217;homme”, e condotta, come ormai è sconfortante consuetudine, con toni esasperati e bellicosi, sarà lo spunto: crocefisso sì, crocefisso no.  Riguardo all’oggetto della discussione, la mia personale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignleft size-full wp-image-49" title="paola_locci" src="http://www.ilpungolo.com/wp-content/uploads/2009/10/paola_locci.jpg" alt="paola_locci" width="140" height="140" />&#8230; per ogni argomento, è possibile considerare diversi livelli di discussione,  tutti interconnessi ma anche distinti&#8230; </em></p>
<p>Nel mio lavoro è vitale, ancorché faticoso ma innegabilmente avvincente, sforzarsi di ragionare. Ragionare con ordine, senza mescolare i “livelli” di analisi. Dubbi, domande, dati, più che asserzioni.  Prenderò, come sempre, spunto dall’attualità per spiegare di cosa sto parlando.  Una bollente polemica, recentemente generata da una sentenza della “Cour européenne des droits de l&#8217;homme”, e condotta, come ormai è sconfortante consuetudine, con toni esasperati e bellicosi, sarà lo spunto: crocefisso sì, crocefisso no.  Riguardo all’oggetto della discussione, la mia personale opinione non ha alcuna importanza.  Ho scelto di suddividere il ragionamento in 3 diversi piani, tralasciandone necessariamente altri.</p>
<p><strong>1. Il crocefisso come simbolo</strong><br />
C’è chi dice che il crocefisso è un simbolo solo religioso, e chi sostiene che è un simbolo culturale.  Nel primo caso, tenendo conto del Nuovo Concordato del 1984, il crocefisso non andrebbe esposto nelle scuole statali, in quanto l’Italia è uno stato laico e non esiste più una “religione di stato”. Non andrebbe altresì insegnata la religione cattolica, così come qualsiasi altra religione. Sarebbe invece logico e doveroso che tutte le religioni fossero studiate nell’ambito dei programmi di storia, letteratura, filosofia, geografia, storia dell’arte. Dati storiografici, influenze culturali, conseguenze politiche sui diversi stati, nelle diverse epoche. Lasciando le cose dello Spirito ai luoghi di culto. Nel secondo caso, vorrebbero continuare ad esporlo nelle scuole quelli che ritengono il crocefisso simbolo della nostra cultura, o come alcuni dicono, dei valori dell’occidente. Una domanda a latere, da porsi in entrambi i casi, potrebbe essere questa: ammesso che si tratti di un simbolo, religioso o culturale che sia, perché proprio il crocefisso?  La crocefissione era un supplizio in auge presso i romani, e prima ancora utilizzato da altri popoli. Non so molto di teologia e non saprei proprio risalire ai motivi originari di questa scelta (Costantino?), però, dovendo scegliere un simbolo che rappresenti le origini della nostra cultura religiosa, perché non una natività, una resurrezione, un’ascensione al cielo, insomma un’immagine più spirituale, anziché una raffigurazione della crudeltà umana? Ma la domanda essenziale è: un Paese, uno Stato, una Cultura, hanno davvero bisogno di simboli? O dovrebbero piuttosto essere rappresentati da un popolo che si dimostri saldo nei valori fondamentali, maturo e unito nonostante le differenze, capace di fare buone leggi e di farle rispettare, e che non si lasci andare a forme di fanatismo generato dalla paura e dalla coscienza di una intrinseca, seppur negata, fragilità?</p>
<p><strong> 2. Crocefisso e Costituzione</strong><br />
Riporto i 5 articoli inerenti alla religione:<br />
<strong><em><br />
art. 3.</em></strong><em> Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.<br />
<strong>art. 7</strong>.  Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.<br />
<strong>art. 8.</strong> Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l&#8217;ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.<br />
<strong>art. 19.</strong> Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché‚ non si tratti di riti contrari al buon costume.<br />
<strong>art. 20.</strong> Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d&#8217;una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività.<br />
</em><br />
Da questi articoli si evince che la libertà di religione viene garantita pienamente e non è data dalla presenza o meno di specifici simboli. In particolare, per quanto riguarda la religione maggiormente rappresentata, esistono scuole cattoliche, università cattoliche, associazioni cattoliche. Possono liberamente riunirsi ed esercitare le rispettive professioni, attività, o ruoli, in un’ottica religiosa, medici cattolici, ginecologi cattolici, psicologi cattolici, genitori cattolici, economisti cattolici, pensionati cattolici, ecc. La matrice cattolica della nostra cultura, benché indebolita dall’attuale tendenza al relativismo, al razionalismo, all’illuminismo e a qualche altro senza dubbio diabolico “ ismo”, è tuttora forte e alla base dei nostri migliori princìpi di uguaglianza e rispetto e, se non proprio di “amore” per il prossimo, se non altro di tolleranza e solidarietà. Almeno nelle intenzioni.</p>
<p><strong>3. Il crocefisso come contrapposizione all’eccessiva invadenza, reale, temuta, o percepita, di altre culture e/o religioni </strong><br />
E qui la domanda potrebbe essere: la forza di uno stato e della sua cultura in cosa consiste? Nella presenza più o meno diffusa di simboli o nella consapevolezza di valori radicati e condivisi? Un Paese è costituito da tutti i cittadini. Di questi, in Italia, la maggior parte sono cattolici. Ma non tutti. Quindi considerare l’insieme degli italiani senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, è un elemento di forza, mentre considerare le varie fedi religiose introduce un elemento di divisione e quindi di debolezza.  In altre parole, la bandiera nazionale può efficacemente rappresentare tutti, la croce no. Un cittadino italiano non è meno italiano se, nel rispetto delle leggi, delle religioni e delle libertà altrui, professa una religione diversa dalla cattolica, oppure, non essendo stato beneficiato del dono della Fede, è agnostico o ateo; quindi dovrebbe potersi aspettare che non siano esposti simboli religiosi nelle scuole statali, senza per questo essere tacciato di ostilità alla Chiesa, o addirittura di “cristofobia”. (Termine che tra l’altro non significa nulla. Perché se ci si riferisce ad una vera “fobia”, le questioni di principio non c’entrano. Se invece ci si riferisce a questioni di principio, il termine è improprio, oltre che sproporzionato. Come dire che si è “fobici”, ogni qualvolta si è contrari  a qualcosa).  Il dibattito non verte sull’abolizione dei crocefissi in quanto tali, ma sulla loro presenza nelle aule delle scuole statali. Non va dimenticato che nelle aule ci sono ragazzi e bambini. Come si può trasmettere loro dei princìpi di uguaglianza e multiculturalità se si impone un simbolo rappresentativo di un’unica religione? E come si fa a spiegare ai bambini che non devono considerare “diverso” un compagno non cattolico?  Si può essere d’accordo sulla matrice cristiana della nostra cultura, e sulla necessità di tutelarla e rafforzarla, e contemporaneamente non essere d’accordo sull’esposizione del crocefisso nelle scuole. Sarebbe lecito chiedersi perché un credente, in particolare un cristiano, portatore appunto di quei valori di tolleranza e generosità che dovrebbero contraddistinguerlo, ha bisogno di  imporre i propri simboli, piuttosto che testimoniare la propria fede con l’esempio, ma questo è ancora un altro discorso o, come dicevo, un altro “livello”. Ci sono infatti molti altri aspetti della questione che andrebbero presi in considerazione (significato di laicità, giurisprudenza sovranazionale, strategie politiche, rapporti stato-chiesa, ecc.). Ma mi fermo qui.   Il mio intento era solo quello di dimostrare con un esempio che, per ogni argomento, è possibile considerare diversi livelli di discussione, tutti interconnessi ma anche distinti. E, come spesso accade, non è affatto detto che due persone che concordino ad un livello, concordino automaticamente ad altri livelli. Pertanto, di qualsiasi tema si tratti, sarebbe importante trovare i punti in comune, piuttosto che sottolineare le diversità. Sempre che si voglia evitare lo scontro ed arrivare ad una ragionevole soluzione. Certo, i soliti maligni, ogni volta che si rinuncia in massa ad usare la testa, potrebbero chiedersi: cui prodest?</p>
<p>www.paolalocci.it</p>
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		<title>Limiti &#8211; Dall’individuo “sincero” alla società violenta</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Oct 2009 09:40:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Locci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scienza]]></category>

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		<description><![CDATA[Sarà capitato anche a voi che un amico, nel bel mezzo di una tranquilla chiacchierata, abbia lanciato strali velenosi su qualcosa o qualcuno che voi invece apprezzate, senza troppo preoccuparsi della vostra opinione. Certo, si possono sempre ignorare le frecciate buttate lì quasi per caso, far finta di nulla, o tentare di proporre – generalmente inascoltati &#8211; un diverso punto di vista, magari meno emotivo; ma se ciò è relativamente facile quando la frecciata riguarda una squadra di calcio, è meno facile se riguarda, ad esempio, la politica.
Allora forse avete tentato di spiegare all’amico, con il tatto dovuto, che, neppure [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-49" title="paola_locci" src="http://www.ilpungolo.com/wp-content/uploads/2009/10/paola_locci.jpg" alt="paola_locci" width="140" height="140" />Sarà capitato anche a voi che un amico, nel bel mezzo di una tranquilla chiacchierata, abbia lanciato strali velenosi su qualcosa o qualcuno che voi invece apprezzate, senza troppo preoccuparsi della vostra opinione. Certo, si possono sempre ignorare le frecciate buttate lì quasi per caso, far finta di nulla, o tentare di proporre – generalmente inascoltati &#8211; un diverso punto di vista, magari meno emotivo; ma se ciò è relativamente facile quando la frecciata riguarda una squadra di calcio, è meno facile se riguarda, ad esempio, la politica.<br />
Allora forse avete tentato di spiegare all’amico, con il tatto dovuto, che, neppure in nome dell’amicizia, ha il diritto di insultare qualcuno, solo perché a lui non piace.<br />
E’ probabile che la reazione stizzita sia stata: io sono una persona sincera, se giudico bene o male qualcuno, mi sento libero di dirlo chiaramente.<br />
Il sillogismo prospettato è questo: essere liberi significa essere sinceri; essere sinceri equivale a dire tutto quello che si pensa; ergo, dico sempre quello che penso, anche se quello che penso è offensivo per chi la pensa diversamente.<br />
Proverò a dimostrare che il ragionamento non quadra.<br />
Immagino che si possa concordare sul fatto che, alla base di un’amicizia, dovrebbe esserci la stima. Si possono avere gusti e passioni in comune, ma possono esistere bellissime amicizie anche tra persone completamente diverse per temperamento, interessi, convinzioni. Purché ci sia stima reciproca, cioè quella particolare disposizione mentale che mi fa credere che se tu la pensi in un certo modo, avrai le tue buone ragioni; ne consegue che se io offendessi qualcuno o qualcosa che tu apprezzi, solo perché a me non piace, offenderei anche te, le tue idee, la tua sensibilità.  Se non lo faccio non è per ipocrisia o viltà, ma per una forma di delicatezza e – paradossalmente – autentica sincerità, non solo formale: se è vero che rispetto te, rispetto le tue idee, anche se non le condivido. Va da sé che se le tue convinzioni sono per me inaccettabili, non ha senso parlare di amicizia.</p>
<p>Se dalle relazioni interpersonali si passa al piano collettivo, il discorso cambia di poco. Basta sostituire al concetto di “sincerità” quello di “libertà di opinione”.<br />
Negli ultimi anni il grado di conflittualità sociale si è alzato in modo allarmante, in proporzione al grado di libertà percepita, portando l’aggressività espressa a livelli che non esiterei a definire patologici. Confondere la libertà di opinione con la libertà di insulto, la libertà di espressione con la libertà di violenza fisica o verbale, la libertà di informazione con la libertà di insinuazione e calunnia, è un segnale di profondo malessere sociale. Di immaturità prima che di inciviltà. Come dire: libertà = tutto lecito.<br />
La Libertà (come la sincerità) non è un bene assoluto, e perde tutto il suo infinito valore se la si priva della sua connotazione di bene relativo. Il che è confermato dal fatto che la vera libertà è possibile, per assurdo, solo all’interno di determinati confini. Confini che non sono più vissuti come tali quando, trasformandosi in autoregolazione, diventano strumento di maggiore libertà.<br />
Limiti discutibili certo, negoziabili, migliorabili. Limiti su cui l’umanità si confronta e si confronterà sempre. Ma pur sempre necessari. Dai piccoli gruppi di ominidi preistorici alle società più moderne e complesse. Codici non scritti, regolamenti, leggi, comandamenti, costituzioni e statuti: la libertà non può non essere regolata. Diventa altro.<br />
La possibilità di esprimersi nella nostra attuale società, impensabile pochi decenni fa, sta determinando una specie di black out dei sistemi di autoregolazione.  I mezzi di comunicazione sono “di massa” e quindi alla portata di tutti. Internet, come qualsiasi altra innovazione di quella potenza, può produrre meravigliosi risultati di conoscenza o guai disastrosi, in parte al momento poco prevedibili.<br />
Prendiamo i forum e i blog. In quale altro periodo della storia dell’umanità le persone comuni hanno avuto la possibilità quasi illimitata di esprimere pubblicamente il proprio pensiero?<br />
Ora è possibile. Chiunque può partecipare ad un forum o aprire un proprio blog e mettere in libera uscita pensieri sublimi e intuizioni geniali; così come sproloqui inopportuni e attacchi violenti, su temi in cui raramente ha una specifica formazione o qualche  competenza.  Spacciando l’arroganza per coraggio, nella maggior parte dei casi all’ombra protettiva di un nickname (è bizzarro che chi si lascia andare a insulti e aggressioni si scandalizzerebbe davanti ad una lettera anonima, eppure scrivere con un nickname è l’equivalente moderno della vecchia lettera anonima compilata con i caratteri ritagliati da un giornale…).<br />
Perché questa insopprimibile esigenza di esercitare una sfrenata tuttologia, spesso feroce, non assumendosene neppure la responsabilità? Forse queste persone non riescono ad esprimersi in altri ambiti?  Forse non riescono a farlo in maniera tale da non scatenare reazioni risentite? Forse trovano più facile insultare chi non si conosce? Per quale motivo non considerano necessario imporsi dei limiti?<br />
La situazione non è migliore nel professionismo della comunicazione: quanti politici, intellettuali, ecclesiastici, accademici, &#8220;opinionisti&#8221;, dediti ad intemperanze verbali ignobili&#8230; Il tutto amplificato da certo giornalismo furioso, stampato o teletrasmesso. Titoli che sembrano bombe a mano, spesso neppure congrui al contenuto dell’articolo, testi zeppi di condizionali, di espressioni denigratorie, formulate sulla base di ipotesi e insinuazioni precedenti, a loro volta basate su congetture, in un circolo vizioso e virtuale di conclusioni dedotte non da fatti accertati e fonti inoppugnabili, ma da ciance  faziose, e non disinteressate.<br />
Parole, e parolacce, vomitate senza cautela, senza rispetto, senza onestà. Senza limiti.<br />
Eppure, come la stima dovrebbe essere alla base di un’amicizia, il rispetto reciproco dovrebbe essere il catalizzatore irrinunciabile di una società veramente evoluta e democratica. Dimenticare, dopo tante battaglie per l’uguaglianza, che il diritto al rispetto è un primario diritto di tutti, può condurre all’aberrante convinzione di dover “raddrizzare” le cose anche con la forza.  Ed ecco che la Libertà è sporcata e avvilita da una nuova barbarie, un analfabetismo psicologico di ritorno, caratterizzato da comportamenti primitivi, marcata intolleranza alle frustrazioni e una preoccupante rinuncia a controllare gli impulsi. Sembra quasi che lo sforzo di trovare il modo di esprimere le proprie idee, mantenendo il rispetto per quelle degli altri, sia ritenuto un vezzo démodé, un’inutile perdita di tempo.<br />
Ma il pericolo maggiore viene sottovalutato: come anche le psiconeuroscienze ci suggeriscono, l’aggressività fuori controllo da verbale può diventare facilmente agìta;  l’odio delle parole, come un lievito mefitico, può montare e montare. Trasformarsi in violenza.<br />
Bisogna fermarsi in tempo. O non ha senso parlare di Civiltà.</p>
<p>www.paolalocci.it</p>
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