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	<title>Commenti a: Avatar e la paura di vivere</title>
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	<description>Siamo tutti in una fogna, ma noi guardiamo le stelle</description>
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		<title>Di: Stefano Andreoli</title>
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		<dc:creator>Stefano Andreoli</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Feb 2010 14:03:09 +0000</pubDate>
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		<description>Sono parole queste che invitano l’essere umano a riflettere sulla propria situazione psicosociale e lo esortano ad analizzare se stesso per far venire a galla le lacune o i problemi, forti e presenti nell’adolescente, che se considerati attentamente possono diventare occasione di crescita e maturazione. In particolar modo nel contesto giovanile di questo nostra nuova era che non è più in grado di lasciare spazio ai valori, alle tradizioni, alla fede e soprattutto a quell’attività umana essenziale per la propria vita che è la ricerca del significato. Come ben afferma P.Locci al giorno d’oggi tutto appare scontato e in un certo senso consueto e dovuto, si rincorre a tutti i costi il piacere e il consumo sfrenato e si pretende una felicità e un benessere assoluto, senza però aver mai contribuito o partecipato in prima persona a creare  quella bellezza tanto sognata, fonte di tanto bene per se stessi e gli altri “fratelli”.
Però un momento, è vero che l’adolescente d’oggi è più che mai privo di qualsiasi bussola (la mancanza di un’educazione sana dal punto di vista famigliare, l’assenza della possibilità di sviluppo e maturazione da parte delle scuole, l’enorme superficialità e distrazione che i media e le tecnologie quotidianamente distribuiscono, la mancanza forte di appartenenza e di valore alle cose), ma attenzione, bisogna poi dare atto che il malessere e la depressione di questi ragazzi, in fondo è ben motivata. Voglio dire, a prescindere dall’avvilente passività e assoluta inettitudine nel dirigere la propria vita, effettivamente viviamo in un mondo, in una realtà e in una società di tipo occidentale, terrificante, assolutamente assurda ed estremamente distante dalla dimensione umana e dai suoi valori cardine. Se Leibniz potesse vedere in che miserabile stato si è ridotto l’uomo contemporaneo, cambierebbe di certo la sua teodicea del “Dio ha fatto il miglior mondo tra tutti quelli possibili” in “questo mondo è il peggiore tra tutti quelli possibili”. E non è assolutamente una visione apocalittica la mia, tutt’altro, purtroppo è solo fortemente realistica: abbiamo conquistato la tecnica e ogni suo segreto, siamo stati in grado di andare sulla Luna e di arrivare a velocità e produttività inimmaginabili, ma a quale prezzo? Cosa si è sacrificato a tutto questo? 
Distruggendo velocemente quella straordinaria fonte di vita di cui l’uomo ne è solamente una piccola appendice, la Natura e sostituendo le grandi verità che hanno messo in luce i filosofi, ovvero i fondamenti imprescindibili umani, i suoi valori e la voce profonda del cuore, cosa abbiamo ottenuto? La produzione dissoluta, lo sfruttamento illimitato, la capitalizzazione di ogni bene, la competitività disumana che addirittura al titanico Nietzsche oggi avrebbe fatto orrore, l’alienante situazione dell’uomo che si trova costretto ad annullarsi nelle cose più banali e superficiali, ma soprattutto la totale assenza di senso e di significato che come uno spettro mostruoso, aleggia costantemente sulla vita di ciascuno di noi. E si potrebbe continuare a lungo, molto a lungo.
Ho visto Avatar solo ieri e sinceramente per i film che guardo solitamente ero partito abbastanza scettico, ma al termine della visione ricordo di aver provato la stessa angosciante sensazione che mi attanagliò dopo aver guardato il meraviglioso Balla coi lupi. Com’è stato possibile che l’uomo sia arrivato ad un livello di tale di civiltà, se di civiltà si può ancora parlare? Come ha potuto l’umanità involvere in tale modo? Come ha potuto l’uomo smarrirsi in un’oscurità tale e rimanerne intrappolato per tutto questo tempo? E guardate che qui non si parla di fantascienza, di favola, il mondo che abbiamo visto sul grande schermo non è solo il frutto della fantasia, ma purtroppo, di storia. Mi riferisco alle grandi diverse società “perfette” che il tempo raramente ha saputo fornirci, come la popolazione dei Sioux. E guardate che quegli indiani che Avatar ci ricorda nel vestire, nei valori sociali e nei gesti ( basti pensare ai gridi di battaglia che fanno da colonna sonora alle scene) sono esistiti veramente, così come la loro società e la scrupolosa sacralità (altro concetto fondamentale perduto) che, esattamente come nel film, permaneva in ogni loro attività, dalle più importanti alle più comuni e quotidiane. E vi ricordo che questa meravigliosa popolazione è stata sterminata dal sanguinario esercito americano (guarda caso eh?); in quella situazione più per ambizioni colonialistiche che per la preziosa materia prima di Pandora, ma la brutale crudeltà che emerge da entrambi i casi, è la medesima.
Non intendo togliere nulla agli enormi vantaggi del progresso umano in campo medico e tutto ciò che la scienza ha saputo donare, ma ripeto e non mi stancherò mai di farlo, a quale prezzo? 
E’ davvero meglio poter vivere 100 anni immersi nelle comodità più fantasiose e sentirsi onnipotenti e illimitati (perché è proprio il concetto di limite che ha perso la scienza d’oggi), per poi arrivare a stento alla fine del mese facendo qualcosa di completamente inutile? (perché in fondo ora la scelta di poter fare qualcosa c’è l’ha soltanto chi ha i soldi e può permettersi di “fare altro oltre che campare”). Per poi vivere in un buco grigio dove al posto dell’aria si respira merda e per vedere anche solo un metro quadrato di verde bisogna fare chilometri e chilometri? Per poi condurre la propria vita totalmente privi di bussola, senza alcuna appartenenza a nulla rischiando di incorrere continuamente nel nichilismo più totale? (mai infatti come oggi l’indifferenza e l’isolamento ammorbano l’uomo in quella stupida espressione moderna che è la depressione).
Certo, noi ora abbiamo “la birra e i blue jeans” (citazione di Avatar), mentre “loro” erano riusciti a vivere e incarnare le verità del mondo nonostante tutte le fragilità e i grandi limiti che può comportare  uno sviluppo tecnologico non progredito come il nostro ( e chissà perchè agli Avatar non interessavano scuole, medicinali e tecnologie…).  Quale è stato il prezzo tutto ciò che abbiamo?
Io stimo moltissimo e ho la massima considerazione per i grandi coraggiosi e temerari che stanno con i piedi per terra e impiegano le loro energie e tempo per tentare di modificare e migliorare da dentro questa malata realtà (come ad esempio l’associazionismo No Profit e la politica giovanile), ma a parer mio siamo arrivati ad un punto tale che la distanza che separa il nostro mondo da quel mondo, neanche dei sogni, ma una realtà dove solamente ci possa essere maggior rispetto dell’essere umano e della sua dignità, è diventata incolmabile, infinita.
E allora non vedo più di malocchio la fuga. Non quella stupida e illusoria della droga, dell’alienazione da discoteca o dell’alcol, ma semplicemente quella che impone di ricercare la propria realtà umana altrove, in un qualcosa di diverso. In un altro luogo remoto, magari tra quelle rare popolazioni che nel bene e nel male esistono ancora o in qualche comunità che ha trasformato la propria rabbia, ribellione e disgusto in qualcos’altro di differente, di più vicino all’uomo. 
Mia sorella ad esempio da 4 anni è in clausura, è diventata una monaca carmelitana, ha fatto quella scelta dopo tanto tempo che tentava di cambiare questa marcia realtà dal di dentro. E sbagliate se vedrete nella sua scelta un modo comodo per scappare dal mondo e vivere la propria beatitudine, la verità infatti è tutt’altra. E’ in realtà un atto estremamente coraggioso di una persona che ha deciso di mettersi finalmente in gioco e di sacrificare tutta la propria vita passata per una nuova esistenza fatta di autentico sapore e verità, di un tipo di ricerca e di significato proveniente da un’esigenza interna (non tutti sentono lo stesso bisogno di pienezza che sentiva Jake) difficilmente ottenibile in questo contesto. Contrariamente a tutti noi che ogni giorno tacitamente subiamo la più grande offesa alla nostra dignità, lei ha reagito tenendosi alle spalle la paura e la vigliaccheria che spesso ci inchiodano dove siamo, rendendoci docili e remissivi. 
Ma c’è ancora qualcuno che, stanco di tutto questo, decide di riprendere le redini della propria vita e di non restare impotente in una rete che non lascia scampo, e visto che la vita è solo una, a proprio rischio e pericolo, intende vivere appieno il tempo a disposizione. Almeno cercando una qualche rara forma ancora esistente o di costruirsela, come hanno fatto alcuni, piuttosto che vivere da macchina moderna che si accontenta e si trascina avanti per inerzia e si nutre di soli sogni. E’ un salto nel vuoto e perché no, verso l’ideale che anima i sogni. Perché come ci ricorda Tolstoj:
“L&#039;ideale non può essere tale che quando il suo raggiungimento sia attuabile solo nell&#039;idea, nel pensiero; quando esso appaia irraggiungibile solo nell&#039;infinito e quando, per conseguenza, la possibilità d&#039;avvicinarsi a esso è allo stesso modo infinita. Se l&#039;ideale fosse non soltanto raggiungibile, ma se potessimo immaginarci la sua realizzazione, cesserebbe d&#039;essere ideale.(...)  
Il significato della vita umana sta nel moto verso questo ideale, ed è lo sforzo per il raggiungimento dell&#039;ideale a spingere l&#039;uomo verso ogni progressione e, ogni nuova possibilità di vita.” 

Stefano, 22 anni.
diariodelsottosuolo@gmail.com
www.diariodelsottosuolo.it</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Sono parole queste che invitano l’essere umano a riflettere sulla propria situazione psicosociale e lo esortano ad analizzare se stesso per far venire a galla le lacune o i problemi, forti e presenti nell’adolescente, che se considerati attentamente possono diventare occasione di crescita e maturazione. In particolar modo nel contesto giovanile di questo nostra nuova era che non è più in grado di lasciare spazio ai valori, alle tradizioni, alla fede e soprattutto a quell’attività umana essenziale per la propria vita che è la ricerca del significato. Come ben afferma P.Locci al giorno d’oggi tutto appare scontato e in un certo senso consueto e dovuto, si rincorre a tutti i costi il piacere e il consumo sfrenato e si pretende una felicità e un benessere assoluto, senza però aver mai contribuito o partecipato in prima persona a creare  quella bellezza tanto sognata, fonte di tanto bene per se stessi e gli altri “fratelli”.<br />
Però un momento, è vero che l’adolescente d’oggi è più che mai privo di qualsiasi bussola (la mancanza di un’educazione sana dal punto di vista famigliare, l’assenza della possibilità di sviluppo e maturazione da parte delle scuole, l’enorme superficialità e distrazione che i media e le tecnologie quotidianamente distribuiscono, la mancanza forte di appartenenza e di valore alle cose), ma attenzione, bisogna poi dare atto che il malessere e la depressione di questi ragazzi, in fondo è ben motivata. Voglio dire, a prescindere dall’avvilente passività e assoluta inettitudine nel dirigere la propria vita, effettivamente viviamo in un mondo, in una realtà e in una società di tipo occidentale, terrificante, assolutamente assurda ed estremamente distante dalla dimensione umana e dai suoi valori cardine. Se Leibniz potesse vedere in che miserabile stato si è ridotto l’uomo contemporaneo, cambierebbe di certo la sua teodicea del “Dio ha fatto il miglior mondo tra tutti quelli possibili” in “questo mondo è il peggiore tra tutti quelli possibili”. E non è assolutamente una visione apocalittica la mia, tutt’altro, purtroppo è solo fortemente realistica: abbiamo conquistato la tecnica e ogni suo segreto, siamo stati in grado di andare sulla Luna e di arrivare a velocità e produttività inimmaginabili, ma a quale prezzo? Cosa si è sacrificato a tutto questo?<br />
Distruggendo velocemente quella straordinaria fonte di vita di cui l’uomo ne è solamente una piccola appendice, la Natura e sostituendo le grandi verità che hanno messo in luce i filosofi, ovvero i fondamenti imprescindibili umani, i suoi valori e la voce profonda del cuore, cosa abbiamo ottenuto? La produzione dissoluta, lo sfruttamento illimitato, la capitalizzazione di ogni bene, la competitività disumana che addirittura al titanico Nietzsche oggi avrebbe fatto orrore, l’alienante situazione dell’uomo che si trova costretto ad annullarsi nelle cose più banali e superficiali, ma soprattutto la totale assenza di senso e di significato che come uno spettro mostruoso, aleggia costantemente sulla vita di ciascuno di noi. E si potrebbe continuare a lungo, molto a lungo.<br />
Ho visto Avatar solo ieri e sinceramente per i film che guardo solitamente ero partito abbastanza scettico, ma al termine della visione ricordo di aver provato la stessa angosciante sensazione che mi attanagliò dopo aver guardato il meraviglioso Balla coi lupi. Com’è stato possibile che l’uomo sia arrivato ad un livello di tale di civiltà, se di civiltà si può ancora parlare? Come ha potuto l’umanità involvere in tale modo? Come ha potuto l’uomo smarrirsi in un’oscurità tale e rimanerne intrappolato per tutto questo tempo? E guardate che qui non si parla di fantascienza, di favola, il mondo che abbiamo visto sul grande schermo non è solo il frutto della fantasia, ma purtroppo, di storia. Mi riferisco alle grandi diverse società “perfette” che il tempo raramente ha saputo fornirci, come la popolazione dei Sioux. E guardate che quegli indiani che Avatar ci ricorda nel vestire, nei valori sociali e nei gesti ( basti pensare ai gridi di battaglia che fanno da colonna sonora alle scene) sono esistiti veramente, così come la loro società e la scrupolosa sacralità (altro concetto fondamentale perduto) che, esattamente come nel film, permaneva in ogni loro attività, dalle più importanti alle più comuni e quotidiane. E vi ricordo che questa meravigliosa popolazione è stata sterminata dal sanguinario esercito americano (guarda caso eh?); in quella situazione più per ambizioni colonialistiche che per la preziosa materia prima di Pandora, ma la brutale crudeltà che emerge da entrambi i casi, è la medesima.<br />
Non intendo togliere nulla agli enormi vantaggi del progresso umano in campo medico e tutto ciò che la scienza ha saputo donare, ma ripeto e non mi stancherò mai di farlo, a quale prezzo?<br />
E’ davvero meglio poter vivere 100 anni immersi nelle comodità più fantasiose e sentirsi onnipotenti e illimitati (perché è proprio il concetto di limite che ha perso la scienza d’oggi), per poi arrivare a stento alla fine del mese facendo qualcosa di completamente inutile? (perché in fondo ora la scelta di poter fare qualcosa c’è l’ha soltanto chi ha i soldi e può permettersi di “fare altro oltre che campare”). Per poi vivere in un buco grigio dove al posto dell’aria si respira merda e per vedere anche solo un metro quadrato di verde bisogna fare chilometri e chilometri? Per poi condurre la propria vita totalmente privi di bussola, senza alcuna appartenenza a nulla rischiando di incorrere continuamente nel nichilismo più totale? (mai infatti come oggi l’indifferenza e l’isolamento ammorbano l’uomo in quella stupida espressione moderna che è la depressione).<br />
Certo, noi ora abbiamo “la birra e i blue jeans” (citazione di Avatar), mentre “loro” erano riusciti a vivere e incarnare le verità del mondo nonostante tutte le fragilità e i grandi limiti che può comportare  uno sviluppo tecnologico non progredito come il nostro ( e chissà perchè agli Avatar non interessavano scuole, medicinali e tecnologie…).  Quale è stato il prezzo tutto ciò che abbiamo?<br />
Io stimo moltissimo e ho la massima considerazione per i grandi coraggiosi e temerari che stanno con i piedi per terra e impiegano le loro energie e tempo per tentare di modificare e migliorare da dentro questa malata realtà (come ad esempio l’associazionismo No Profit e la politica giovanile), ma a parer mio siamo arrivati ad un punto tale che la distanza che separa il nostro mondo da quel mondo, neanche dei sogni, ma una realtà dove solamente ci possa essere maggior rispetto dell’essere umano e della sua dignità, è diventata incolmabile, infinita.<br />
E allora non vedo più di malocchio la fuga. Non quella stupida e illusoria della droga, dell’alienazione da discoteca o dell’alcol, ma semplicemente quella che impone di ricercare la propria realtà umana altrove, in un qualcosa di diverso. In un altro luogo remoto, magari tra quelle rare popolazioni che nel bene e nel male esistono ancora o in qualche comunità che ha trasformato la propria rabbia, ribellione e disgusto in qualcos’altro di differente, di più vicino all’uomo.<br />
Mia sorella ad esempio da 4 anni è in clausura, è diventata una monaca carmelitana, ha fatto quella scelta dopo tanto tempo che tentava di cambiare questa marcia realtà dal di dentro. E sbagliate se vedrete nella sua scelta un modo comodo per scappare dal mondo e vivere la propria beatitudine, la verità infatti è tutt’altra. E’ in realtà un atto estremamente coraggioso di una persona che ha deciso di mettersi finalmente in gioco e di sacrificare tutta la propria vita passata per una nuova esistenza fatta di autentico sapore e verità, di un tipo di ricerca e di significato proveniente da un’esigenza interna (non tutti sentono lo stesso bisogno di pienezza che sentiva Jake) difficilmente ottenibile in questo contesto. Contrariamente a tutti noi che ogni giorno tacitamente subiamo la più grande offesa alla nostra dignità, lei ha reagito tenendosi alle spalle la paura e la vigliaccheria che spesso ci inchiodano dove siamo, rendendoci docili e remissivi.<br />
Ma c’è ancora qualcuno che, stanco di tutto questo, decide di riprendere le redini della propria vita e di non restare impotente in una rete che non lascia scampo, e visto che la vita è solo una, a proprio rischio e pericolo, intende vivere appieno il tempo a disposizione. Almeno cercando una qualche rara forma ancora esistente o di costruirsela, come hanno fatto alcuni, piuttosto che vivere da macchina moderna che si accontenta e si trascina avanti per inerzia e si nutre di soli sogni. E’ un salto nel vuoto e perché no, verso l’ideale che anima i sogni. Perché come ci ricorda Tolstoj:<br />
“L&#8217;ideale non può essere tale che quando il suo raggiungimento sia attuabile solo nell&#8217;idea, nel pensiero; quando esso appaia irraggiungibile solo nell&#8217;infinito e quando, per conseguenza, la possibilità d&#8217;avvicinarsi a esso è allo stesso modo infinita. Se l&#8217;ideale fosse non soltanto raggiungibile, ma se potessimo immaginarci la sua realizzazione, cesserebbe d&#8217;essere ideale.(&#8230;)<br />
Il significato della vita umana sta nel moto verso questo ideale, ed è lo sforzo per il raggiungimento dell&#8217;ideale a spingere l&#8217;uomo verso ogni progressione e, ogni nuova possibilità di vita.” </p>
<p>Stefano, 22 anni.<br />
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