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	<title>ilpungolo.com &#187; Diritti Umani</title>
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	<description>Siamo tutti in una fogna, ma noi guardiamo le stelle</description>
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		<title>Libertà non è uno spazio libero</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 13:38:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Andraous</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>

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		<description><![CDATA[Ancora uomini a morire, ancora giovani a cadere, numeri che si accatastano in una fossa comune, dove la somma dei cadaveri non crea che qualche fastidio passeggero, usato per non concedere spazio alla pietà.
In carcere si muore, è una continua discesa all’inferno, forse non è più praticabile alcuna osservazione e trattamento del recluso, alcun progetto di ricostruzione interiore, se non fosse per l’eroicità di qualche Direttore, Agente, Operatore penitenziario.
Mi tornano in mente le parole di un grande poeta: la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione.
Come è possibile trattare di libertà, di dignità, di diritti e di doveri, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.ilpungolo.com/wp-content/uploads/2009/11/vincenzo_andraous.jpg" alt="vincenzo_andraous" title="vincenzo_andraous" width="100" height="127" class="alignleft size-full wp-image-79" />Ancora uomini a morire, ancora giovani a cadere, numeri che si accatastano in una fossa comune, dove la somma dei cadaveri non crea che qualche fastidio passeggero, usato per non concedere spazio alla pietà.<br />
In carcere si muore, è una continua discesa all’inferno, forse non è più praticabile alcuna osservazione e trattamento del recluso, alcun progetto di ricostruzione interiore, se non fosse per l’eroicità di qualche Direttore, Agente, Operatore penitenziario.<br />
Mi tornano in mente le parole di un grande poeta: la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione.<br />
Come è possibile trattare di libertà, di dignità, di diritti e di doveri, in un perimetro relegato a discarica delle speranze, a contenitore muto di invivibilità, come è possibile parlarne quando ogni giorno dal carcere arrivano grida di aiuto e imprecazioni inascoltate.<br />
Libertà è partecipazione persino dentro la terra di nessuno, dentro la colpa che non è ancora consentito arretrare, così cantava il Gaber nazionale, e in questo presente di spot elettorali, c’è da svolgere una riflessione, un compito che possiede una sua obbligatorietà; se davvero intendiamo il carcere e la pena e le Istituzioni che ne compongono il senso e lo scopo per una effettiva utilità sociale, un progetto di vita futuro non solo per i detenuti, ma per la collettività intera.<br />
Non è possibile aggirare il problema insito in quel “libertà è partecipazione”, non è più plausibile trattare la questione in termini prettamente matematici, di contenitore, di numeri, di somme disumane, di detrazioni inumane.<br />
Partecipare significa prendere parte a qualcosa, perchè ne siamo diventati parte, costruire un ponte  comune su cui camminare insieme, svolgere un tragitto insieme, fare un pezzo di strada insieme.<br />
Partecipare sottende capacità di vista prospettica da parte  di chi conduce, ma anche  di chi intende ricostruire ciò che rimane, partecipare è lo spirito, è il propulsore di quel percorso di rinnovamento che realizza un giusto equilibrio tra diritti e doveri nei riguardi di chi sconta con dignità ( diritto ) la propria pena, e rispetta con lealtà quel patto sociale ( dovere ) intrapreso con il consorzio civile.<br />
Libertà non è solo uno spazio libero che aiuta a uscire dall’angolo costretto dei nascondimenti, il carcere non è perimetro che sarà mai libero, non è facile pensare a una collettività senza più prigioni, filo spinato, ma abbandonare gli errori divenuti analfabetizzanti, questo sì che è possibile.<br />
Carcere e partecipazione per rendere meno offensiva la disperazione, quella che deriva dalle morti inaccettabili, ma ugualmente nel menefreghismo meglio congeniato, continuano a imperversare nel panorama penitenziario italiano.<br />
Nonostante parlarne appaia sempre più come la ricerca di una elemosina pietistica, di una solidarietà buonista, è utile ostinarsi a farne dibattito, con l’intensità di una partecipazione attenta, accorciando le distanze da un preciso interesse collettivo, rimettere al centro di una riforma urgente e improrogabile, la persona, il detenuto-cittadino, che dovrà fare ritorno in società, a cui consentire di rimettere alla prova la propria prossimità umana, la propria coscienza della libertà.</p>
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		<title>Finalmente  liberi con le gambe in avanti</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jan 2010 20:06:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Andraous</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>

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		<description><![CDATA[Corre l’anno 2010 e mi continua a colpire l’indifferenza, la  disattenzione, con cui si prende atto che in carcere ci si ammazza a vent’anni, a quaranta, a sessanta,  nel silenzio più colpevole, ma ciò non provoca alcun brivido, se non quello di prendere per il bavero l’intelligenza.
In questo bailamme di disegni sgangherati, di giustizia dell’ingiustizia, e di ingiustizia della giustizia, in questo abisso: alla prima curva non c’è più a fare da ponte l’uomo, ma lo spettro di una disumana accettazione.
Penso alla politica alta, penso agli uomini che la fanno, penso ai Caino come me che scontano la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-79" title="vincenzo_andraous" src="http://www.ilpungolo.com/wp-content/uploads/2009/11/vincenzo_andraous.jpg" alt="vincenzo_andraous" width="100" height="127" />Corre l’anno 2010 e mi continua a colpire l’indifferenza, la  disattenzione, con cui si prende atto che in carcere ci si ammazza a vent’anni, a quaranta, a sessanta,  nel silenzio più colpevole, ma ciò non provoca alcun brivido, se non quello di prendere per il bavero l’intelligenza.<br />
In questo bailamme di disegni sgangherati, di giustizia dell’ingiustizia, e di ingiustizia della giustizia, in questo abisso: alla prima curva non c’è più a fare da ponte l’uomo, ma lo spettro di una disumana accettazione.<br />
Penso alla politica alta, penso agli uomini che la fanno, penso ai Caino come me che scontano la propria condanna, penso agli Abele dai silenzi protratti, e ricordo i tanti miliardi elargiti a parole nella vecchia legislatura, nella nuova, nella futura,  per un progetto “intero”, almeno così era stato promesso.<br />
Rammento le conferme per un investimento serio e notevole per far si che la prigione potesse praticare il dettato Costituzionale, e non quell’incerta pena di morte tutta italiana.<br />
S’è trattato di utopia, e gli utopisti sono illusi nella teoria, e violenti nella pratica.<br />
Di illusione s’è trattato davvero, infatti quei soldi sono stati dirottati verso altri lidi, verso altre istanze, non più per bilanciare precise scelte di politica criminale, che andassero, sì, verso una richiesta legittima di sicurezza collettiva, ma con la stessa intensità non disdegnassero  una pena improntata realmente su passaggi rieducativi, risocializzanti, quindi  destrutturanti-ristrutturanti.<br />
Le necessità operative del carcere restano, impellenti, improrogabili, eppure rimangono a sopravvivere delle loro assenze e mancanze. Peggio, si rifiuta di ovviare al problema con lo sviluppo di spazi psicologici  e relazionali, dove chi è in prigione possa esprimersi liberamente, in un terreno fertile per l’autocritica, e per la propria crescita personale.<br />
L’antropologia insegna che dal confronto, laddove si realizzi un vero ragionamento dialogico, scaturisce sempre e comunque un “prodotto nuovo”, perché  l’incontro e lo scambio conducono a risultati sempre migliori rispetto ai precedenti.<br />
Tutto  questo mi porta comunque a una ulteriore considerazione; in tanti rimarranno alla finestra ad aspettare, gli altri contribuiranno a risolvere il problema del sovraffollamento.</p>
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		<title>La giustizia a conquista di conscienza</title>
		<link>http://www.ilpungolo.com/la-giustizia-a-conquista-di-conscienza/</link>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2009 09:21:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Andraous</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando si parla di carcere, di pena, di giustizia, in ballo non c’è soltanto l’equità degli uomini, la democrazia di un paese, la capacità della società di non cadere nell’oblio delle assenze, dell’indifferenza.
Il carcere è stracolmo di colpa, di dolore cieco, di corpi differenti, di linguaggi della memoria e delle relazioni ridotti all’ammasso.
Quanto più forte è uno Stato, più forte è il diritto di indignarsi di quanti non vedono riconosciuti i propri diritti: fare giustizia significa sanare una ferita, una lacerazione, costringendo il dolore a trasformarsi nella sofferenza, nella scoperta di essere meno indifesi e impreparati se esiste la possibilità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-79" title="vincenzo_andraous" src="http://www.ilpungolo.com/wp-content/uploads/2009/11/vincenzo_andraous.jpg" alt="vincenzo_andraous" width="100" height="127" />Quando si parla di carcere, di pena, di giustizia, in ballo non c’è soltanto l’equità degli uomini, la democrazia di un paese, la capacità della società di non cadere nell’oblio delle assenze, dell’indifferenza.<br />
Il carcere è stracolmo di colpa, di dolore cieco, di corpi differenti, di linguaggi della memoria e delle relazioni ridotti all’ammasso.<br />
Quanto più forte è uno Stato, più forte è il diritto di indignarsi di quanti non vedono riconosciuti i propri diritti: fare giustizia significa sanare una ferita, una lacerazione, costringendo il dolore a trasformarsi nella sofferenza, nella scoperta di essere meno indifesi e impreparati se esiste la possibilità concreta di affidarsi agli altri, a quegli altri che siamo noi.<br />
Il carcere come unico baluardo al ripristino della legalità, all’assunzione di responsabilità, all’educazione da ritrovare: riesce difficile  convincersi che sia la strada più efficace da percorrere per raggiungere gli obiettivi di cui sopra, un luogo deputato a saldare conti in sospeso  con la collettività, uno spazio adibito alla moltiplicazione del dolore, una sorta di terra di nessuno, dove solo pochi intendono posare lo sguardo.<br />
Non si vuole osservare quel che accade dentro una cella, soprattutto ciò che non accade, è lecito discuterne per ideologie d’accatto, per pancia buttata sottosopra, ma non ci sarà mai abbastanza fatica per rimettersi in gioco, per ritrovarsi e infine riparare al male fatto.<br />
Finchè la Giustizia permarrà signora costretta di spalle e con gli occhi bassi, non potrà varcare con autorevolezza i cancelli di una galera, per offrire forza sufficiente al riappropriarsi del proprio ruolo e della propria utilità al carcere e alla pena, nella differenza che intercorre tra chi entra in carcere, e alla meno peggio rimane affondato al punto di partenza, e chi invece azzera la propria esistenza con un po’ di sapone e un laccio al collo.<br />
Progetti a rimbalzare sulla realtà che non è di carta, dove ci sono le persone, che fanno ben sperare in una condizione umana migliore, persone che sebbene detenute non ci stanno a essere punite due o tre volte da una sopravvivenza imposta.<br />
Esistono le persone in questo pianeta,  checchè ne faccia dubitare la satira estrema a cui è ridotto il carcere, la disperazione delle parole obbligate a rimanere monche, inutili, perciò impreparate a dare importanza ai morti che si accatastano dentro gli spazi iniqui, e quelli mascherati da vivi ma annientati ulteriormente nella propria dignità.<br />
C’è in atto una neanche tanto sottile strategia a significare che è tutto esagerato, eccessivo, un film squinternato nella sua sceneggiatura, eppure la prigione non è recinto per i soli brutti, sporchi e cattivi, anche chi sta ai piani alti, nel reame dei perennemente onesti, dei buoni a tutti i costi, si muovono le pedine sacrificali, perché non solamente la libertà è comandata a sparire, con essa la dignità dell’ultima volontà di un perdono.<br />
Occorre davvero nutrirsi di resilienza, rifiutando la quotidianità della deresponsabilizzazione, facendo un passo indietro, scegliendo la fatica, la rinuncia, per non dichiararsi sconfitti alla propria ritrovata umanità, anche all’umanità di chi è disposto a tendere significativamente la mano: non si tratta di una mera concessione statuale, bensì di una nuova condivisione che è gia diventata conquista di coscienza.</p>
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		<title>Adozioni: quale futuro?</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Nov 2009 09:01:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ada Meloni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>

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		<description><![CDATA[Leggo su Internazionale che in Francia un tribunale amministrativo ha stabilito che una donna nubile omosessuale può adottare un bambino, ratificando il richiamo della Corte europea. Evviva.
Questa decisione annulla totalmente quella di un altro tribunale che per due volte aveva negato alla donna la possibilità di adottare un bambino. Il tribunale europeo per i diritti dell’uomo aveva bocciato le sentenze e richiamato la Francia. Nel paese è infatti previsto che un single o una coppia si possano candidare all’adozione di un minore e l’orientamento sessuale delle persone, secondo la Corte europea, non è un buon motivo per escludere qualcuno dalla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-43" title="ada_meloni" src="http://www.ilpungolo.com/wp-content/uploads/2009/10/ada_meloni.jpg" alt="ada_meloni" width="130" height="150" />Leggo su Internazionale che in Francia un tribunale amministrativo ha stabilito che una donna nubile omosessuale può adottare un bambino, ratificando il richiamo della Corte europea. Evviva.</p>
<p>Questa decisione annulla totalmente quella di un altro tribunale che per due volte aveva negato alla donna la possibilità di adottare un bambino. Il tribunale europeo per i diritti dell’uomo aveva bocciato le sentenze e richiamato la Francia. Nel paese è infatti previsto che un single o una coppia si possano candidare all’adozione di un minore e l’orientamento sessuale delle persone, secondo la Corte europea, non è un buon motivo per escludere qualcuno dalla pratica.</p>
<p>Con conseguente scatenarsi di un dibattito sull’omoparentalità in Francia e sull’adozione per le coppie omosessuali .</p>
<p>Negli Stati Uniti, intanto, è stato pubblicato uno studio sui figli delle coppie omosessuali che dimostra che i bambini cresciuti in famiglie con genitori dello stesso sesso sono più aperti e flessibili degli altri.</p>
<p>Negli USA, questa realtà è ben più radicata (sono 270mila i bambini che vivono con i genitori dello stesso sesso, le cui unioni sono protette da leggi ad hoc)</p>
<p>Le ricerche di Abbie E. Goldberg, professoressa di psicologia alla Clark university dimostrano come tutti i pregiudizi contro la genitorialità delle coppie omosessuali siano smentiti dalla realtà e dai dati raccolti da sociologi e psicologi.</p>
<p>“Gli studi sui figli delle coppie omosessuali dimostrano che non ci sono molte differenze con i figli degli eterosessuali. Sono ben inseriti a scuola, hanno molti amici e non sono maggiormente soggetti a disturbi psichici. Soprattutto non sembrano soffrire di nessun tipo di disorientamento sessuale, né si sentono essi stessi gay per il fatto di essere figli di gay”.</p>
<p>Ci sono dati che mostrano che questi bambini tendono a essere più anticonvenzionali e flessibili, soprattutto per quanto riguarda i ruoli familiari e sociali. Pare che  le coppie di persone dello stesso sesso trasmettano ai loro figli meno cliché sui ruoli parentali e meno pregiudizi di genere.</p>
<p>E’ un argomento che in Italia è fuori da ogni concezione, per la consueta dipendenza dal Vaticano e  per  il fatto innegabile che siamo un paese.</p>
<p>Tradizionalmente i paesi nordici (in questo caso la Francia che dalla Rivoluzione Francese in poi  si   è evoluta con meno fatica di noi quando si tratta di battaglie civili) e negli ultimi anni  anche la Spagna,  sono più all’avanguardia di noi .</p>
<p>Li invidio profondamente  ogni qualvolta  un fatto come questo sconfigge l’ipocrisia dilagante e il cieco perbenismo.</p>
<p>Seguo la questione con attenzione da molti anni  (in qualche modo ho la sensazione che prima o poi mi toccherà da vicino e avrò un interesse concreto) e mi si è riproposta per la centesima volta almeno nella mia vita, da quando  Ignazio Marino nella campagna elettorale per le primarie  (forse uso impropriamente il termine campagna elettorale) ha manifestato l’intenzione di concedere anche ai single (attenzione:  non mi pare si sia spinto fino alle coppie gay) il diritto di adozione.</p>
<p>Dato per assunto che sono d’accordo sul risultato dello studio secondo il quale c’è tendenza alla maggiore flessibilità e apertura  mentale  dei bimbi adottati da gay (o in generale che abbiano contatti umani con essi), e sul fatto  che non necessariamente i figli educati da una coppia omosessuale siano gay (non sono forse i gay anch’essi figli  di etero?), mi sorgono mille domande. La prima, fondamentale , è di carattere pratico: se un single  (o  in un futuro avveniristico e fantascientifico per quanto riguarda l’Italia, una coppia gay) entrasse  in graduatoria,  con quali criteri e con quale procedure riuscirebbe ad acquisire un ipotetico punteggio sufficiente a non rimanere a fondo lista e a non essere continuamente superato da coppie con i requisiti classici ?</p>
<p>Presupponendo che la domanda è   già superiore all’offerta e che già ora una  coppia classica si sottopone a dissezioni  imbarazzanti   della propria vita  prima che un bimbo  le venga assegnato in adozione o in affidamento, non posso fare a meno di chiedermi cosa succederebbe da noi ,  e cosa succederà in Francia per esempio per eseguire la sentenza.</p>
<p>Da single potenziale soggetto con intenzioni adottive, mi chiedo quanto tollererei,  se fossi accoppiata, che un single mi surclassasse.</p>
<p>Traslo la domanda  in un altro caso : dopo quante coppie sposate legalmente ,  una coppia stabile ma non legata da vincoli  formali  otterrebbe il diritto concreto di  adozione ?  E così via se io fossi una coppia di fatto rispetto a una coppia omosessuale.</p>
<p>Sarà prevista una sorta di pari opportunità ?</p>
<p>Temo tristi degenerazioni quali una  spartizione delle creature non assegnate in quanto soggetti  difficili,  o rifiutate da coppie legittime per età non sufficientemente imberbi.</p>
<p>Anzi, sono letteralmente terrorizzata da  traffici di questa sorta.   Sono letteralmente  combattuta, pur contro il mio interesse,  su questo argomento e  questo dissidio interiore continua a essere irrisolto.</p>
<p>Il diritto del soggetto gay o single è innegabile  a livello teorico, ma non riesco a fare a meno di chiedermi quanto nella realtà tutto questo possa essere soggetto a strumentalizzazioni. Conto sull’ulteriore  evoluzione , spero imminente, di una società civile a cui per il momento non mi sento di appartenere.</p>
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		<title>Verso il divieto universale delle MGF: un obiettivo possibile</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Nov 2009 09:24:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>

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		<description><![CDATA[Si è chiusa il 10 novembre 2009 con l’adozione per consenso di una Dichiarazione finale la riunione ad alto livello &#8220;Dal Cairo a Ouagadougou: verso un divieto universale delle mutilazioni genitali femminili (MGF)&#8221;, organizzata dall’associazione radicale Non c’è Pace Senza Giustizia ed il governo del Burkina Faso, con il sostegno della Cooperazione Italiana e in collaborazione con l’UNOPS.
La Conferenza si è svolta con il patrocinio della First Lady del Burkina Faso, S.E. Chantal Compaoré, e ha visto la partecipazione di ministri, parlamentari e esponenti della società civile provenienti da 13 paesi dell&#8217;Africa occidentale, nonché di Gibuti, Uganda e Egitto. Lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si è chiusa il 10 novembre 2009 con l’adozione per consenso di una Dichiarazione finale la riunione ad alto livello &#8220;Dal Cairo a Ouagadougou: verso un divieto universale delle mutilazioni genitali femminili (MGF)&#8221;, organizzata dall’associazione radicale Non c’è Pace Senza Giustizia ed il governo del Burkina Faso, con il sostegno della Cooperazione Italiana e in collaborazione con l’UNOPS.</p>
<p>La Conferenza si è svolta con il patrocinio della First Lady del Burkina Faso, S.E. Chantal Compaoré, e ha visto la partecipazione di ministri, parlamentari e esponenti della società civile provenienti da 13 paesi dell&#8217;Africa occidentale, nonché di Gibuti, Uganda e Egitto. Lo scopo della riunione era di valutare i progressi compiuti in molti paesi e di discutere delle misure volte a rafforzare e accelerare il processo di divieto globale delle mutilazioni genitali femminili come violazione dei diritti umani.</p>
<p>Tra le sue principali raccomandazioni, la dichiarazione finale esorta non solo all&#8217;adozione di efficaci leggi nazionali che vietino le mutilazioni genitali femminili in tutti i paesi in cui sono praticate, ma anche ad una loro armonizzazione in modo che la loro applicazione e le sanzioni previste consentano di affrontare la dimensione sempre più transfrontaliera della pratica. Affrontare il problema delle MGF al livello regionale e non solo a livello nazionale è di fondamentale importanza.</p>
<p><strong>Dichiarazione di <a href="http://www.radicalparty.org/it/glossary/term/544189"><span>Emma Bonino</span></a>, Vicepresidente del Senato e fondatrice di Non c’è Pace Senza Giustizia</strong>:</p>
<p>&#8220;Uno dei risultati piu’ importanti di questa riunione é il riconoscimento ormai acquisito che sia di fondamentale importanza avere strumenti legislativi efficaci che vietino le MGF. Proprio in virtù degli incoraggianti passi avanti che si sono avuti da questo punto di vista negli ultimi cinque anni, occorre stimolare una maggiore e più coesa mobilitazione politica tra gli attivisti, i parlamentari e i governi, al fine di elaborare strategie e politiche legislative coordinate e armonizzate contro le mutilazioni genitali femminili. Come afferma la dichiarazione finale, dobbiamo anche esortare tutti gli Stati interessati ad assumere un ruolo attivo nella redazione e la promozione di una risoluzione delle Nazioni Unite focalizzata esclusivamente sulle MGF. Tale risoluzione delle Nazioni Unite contribuirebbe a creare le basi di una vera e forte alleanza internazionale per sconfiggere le mutilazioni genitali femminili e bandire una volta per tutte questa pratica&#8221;</p>
<p>Fonte: www.radicalparty.org</p>
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		<title>La collina delle rondini</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Nov 2009 08:48:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Intropido</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 10 ottobre 2009 a Zurigo, grazie alla mediazione svizzera, il Ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu e il suo corrispettivo Armeno Edward Nalbandian hanno siglato uno storico accordo riprendendo le relazioni diplomatiche e riaprendo i confini dopo un secolo di ostilità. Ora si attende la rattifica dai rispettivi parlamenti. Presenti alla cerimonia anche Hillary Clinton, Sergei Lavrov, Ministro degli Esteri  russo e Bernard Kouchner, Ministro degli Esteri francese.
Turchia e Armenia cercano di affrontare e risolvere la spinosa questione del genocidio armeno. La Turchia ha l’occasione di recuperare prestigio internazionale ed estendere la sua influenza in Caucaso. L’Armenia
ha l’opportunità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-63" title="Alessandro_Intropido" src="http://www.ilpungolo.com/wp-content/uploads/2009/10/Alessandro_Intropido.jpg" alt="Alessandro_Intropido" width="120" height="160" />Il 10 ottobre 2009 a Zurigo, grazie alla mediazione svizzera, il Ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu e il suo corrispettivo Armeno Edward Nalbandian hanno siglato uno storico accordo riprendendo le relazioni diplomatiche e riaprendo i confini dopo un secolo di ostilità. Ora si attende la rattifica dai rispettivi parlamenti. Presenti alla cerimonia anche Hillary Clinton, Sergei Lavrov, Ministro degli Esteri  russo e Bernard Kouchner, Ministro degli Esteri francese.<br />
Turchia e Armenia cercano di affrontare e risolvere la spinosa questione del genocidio armeno. La Turchia ha l’occasione di recuperare prestigio internazionale ed estendere la sua influenza in Caucaso. L’Armenia<br />
ha l’opportunità di risollevare la propria economia migliorando e incrementando gli scambi internazionali. Inoltre è un passo fondamentale per il riconoscimento del genocidio perpetrato contro di essa. Il genocidio armeno è la strada più efficace per l’accesso della Turchia nella Comunità Europea.<br />
Il governo turco sostiene che non si trattò di genocidio, ma di guerra civile durante il collasso dell’Impero Ottomano e rammenta che ci furono anche numerose vittime tra i cittadini turchi.<br />
Tsitsernakaberd, la collina delle rondini ad Erevan, ospita il monumento alle vittime ed il museo del genocidio. In prossimità dell’entrata del museo sono stati piantati i pini da alcuni presidenti e ambasciatori in memoria del genocidio. Il francese Jacques Chirac, il cardinal Tarcisio Bertone, i presidenti della Finlandia e della Polonia.<br />
Il Museo raccoglie fotografie e documenti che mostrano fosse comuni, scheletri di bambini, esseri umani stremati durante le orribili marce della morte verso il deserto siriano. Le ragazze sopravvissute furono costrette alla conversione all’Islam e tatuate in viso con segni turchi affinché non potessero fuggire. Il Monumento ospita anche le ceneri dei Giusti: il primo fu l’ufficiale tedesco Armin Wegner che raccolse le prove di questo crimine: documenti ed immagini sui sopravissuti alle marce nel deserto. Le vittime del genocidio armeno furono un milione e mezzo.<br />
A volte il monumento è visitato anche da turisti turchi: la speranza è che presto i turisti armeni possano recarsi presso le pendici dell&#8217; Ararat, la montagna sacra, dove si arenò l&#8217; arca di Noè dopo il diluvio.<br />
Vicino all’antica città armena di Ani, su un monte, i turchi hanno costruito con le pietre un’enorme scritta leggibile anche a chilometri di distanza: «Felice chi è nato in Turchia».<br />
Ci sono simboli e messaggi che meritano di essere rimossi, altri di essere conservati: quale sarà la strada più saggia per risolvere questi conflitti tra l&#8217;Islam Turco e il Cristianesimo Armeno? La laicità, la verità storica, la sensibilità dei popoli vittime delle ideologie, la tolleranza e il perdono?</p>
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		<title>Nepal: all&#8217;avanguardia per i diritti di gay e transgender</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 11:09:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Corte Suprema nepalese ha emanato una storica sentenza [in] volta a proteggere i diritti della comunità omosessuale e transgender del Paese. La sentenza apre la strada ai matrimoni gay e pone fine a ogni legge discriminatoria.
Gli utenti che commentano sul sito [d'informazione sui temi dell'omosessualità] Towleroad  hanno espresso sostegno all&#8217;iniziativa nepalese. Tra questi, John, dalla California, ribadisce l&#8217;importanza della sentenza della Corte e altre modifiche normative attuate nell&#8217;intero continente asiatico a tutela dei diritti dei transessuali e delle minoranze sessuali.
“Non credo che ci saranno grosse ripercussioni in Medio Oriente o in Africa, oltre quanto già accaduto in Israele [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-57 alignleft" title="gay-rappresentativo" src="http://www.ilpungolo.com/wp-content/uploads/2009/10/gay-rappresentativo.jpg" alt="gay-rappresentativo" width="150" height="215" />La Corte Suprema nepalese ha emanato una storica sentenza [in] volta a proteggere i diritti della comunità omosessuale e transgender del Paese. La sentenza apre la strada ai matrimoni gay e pone fine a ogni legge discriminatoria.</p>
<p>Gli utenti che commentano sul sito [d'informazione sui temi dell'omosessualità] Towleroad  hanno espresso sostegno all&#8217;iniziativa nepalese. Tra questi, John, dalla California, ribadisce l&#8217;importanza della sentenza della Corte e altre modifiche normative attuate nell&#8217;intero continente asiatico a tutela dei diritti dei transessuali e delle minoranze sessuali.</p>
<p>“Non credo che ci saranno grosse ripercussioni in Medio Oriente o in Africa, oltre quanto già accaduto in Israele e Sudafrica… Penso che la battaglia per i diritti dei gay del XXI secolo si svolgerà principalmente in queste due zone del mondo. Oltre questa fantastica sentenza proveniente dal Nepal, abbiamo già potuto notare altri segnali incoraggianti provenire dal continente asiatico, dove sembra che sia finalmente possibile discutere i temi della sessualità”</p>
<p>Diversi blogger rilanciano inoltre i successi ottenuti dal movimento per i diritti dei gay, e in particolare la presenza nell&#8217;Assemblea Costituzionale del Nepal del primo omosessuale dichiarato, Sunil Pant, che è anche fondatore del gruppo Blue Diamond Society. PinkNews UK cita la reazione di Pant alla pubblicazione della sentenza:</p>
<p>“Leggere questa sentenza mi ha molto commosso: sento di essere tra i più orgogliosi cittadini LGTB (Lesbian-Gay-Bisex-Transgender) del Nepal nel mondo.</p>
<p>Gli forzi compiuti in Nepal hanno ripercussioni nei Paesi confinanti, e specialmente in India. Gli attivisti per i diritti dei transgender nella città di Bangalore (ora denominata Bengaluru) guardano alla novità del Nepal sperando che la campagna messa in atto dalla polizia cittadina contro la loro minoranza finiscano presto</p>
<p>“Le forze dell&#8217;ordine della Stazione di Polizia Banashakari (a Bengaluru) hanno insultato e aggredito (fisicamente e sessualmente) più di quaranta attivisti dei diritti umani e delle minoranze LGTB quando questi avevano protestato perchè il 20 Ottobre 2008 il comando di Giringar aveva arrestato senza motivo 5 hijras (transgender)”</p>
<p>È interessante rilevare come in Nepal l&#8217;aspetto religioso non abbia influenzato il dibattito sui diritti degli omosessuali. Il Paese è a maggioranza hindu, con un 10% di fedeli diviso tra islam, buddismo, cristianesimo e culti indigeni. Secondo alcuni, la mancata ingerenza sarebbe da attribuire all&#8217;assenza di una gerarchia rigida [in] o di una struttura di comando nella religione induista.</p>
<p>“Nel 2004, il reporter di Hinduism Today Rajiv Malik chiese a diversi swami hindu la loro opinione sul matrimonio omosessuale. I monaci espressero una vasta gamma di posizioni, positive e negative: si sentivano liberi di avere opinioni differenti. Ciò è reso possibile dala mancanza di gerarchia o di leadership nella religione induista. Come ha sottolineato Mahant Ram Puri, “L&#8217;induismo non ha un libro di regole. Abbiamo cento milioni di autorità.”</p>
<p>Negli antichi testi indù , come il Mahabharta, compaiono personaggi transgender che non vengono discriminati dalla società e persino il signore Krishna amava travestirsi per compiacere il suo amato.</p>
<p>Fonte: it.globalvoicesonline.org</p>
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		<title>Cina, Pechino si oppone a visita del Dalai Lama nell&#8217;Arunachal Pradesh</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Oct 2009 20:43:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;La posizione della Cina sull&#8217;Arunachal Pradesh è costante e chiara. Ci opponiamo fermamente alla visita del Dalai Lama in questa regione&#8221;.
Non lasciano spazio a dubbi le parole di Ma Zhaoxu, portavoce del ministro degli Esteri cinese.
L&#8217;Arunachal Pradesh è parte dei 90mila chilometri quadrati di territorrio indiano che la Cina rivendica come propri dai tempi della guerra himalayana del 1962. Richiesta a cui l&#8217;India risponde reclamando per sé 43mila chilometri dell&#8217;Aksai Chin, al confine con il Kashmir: una disputa tuttora irrisolta.
Il Dalai Lama, che dal 1959 vive in esilio proprio in India, è considerato un secessionista da Pechino, che vede con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-19" title="daila-lama" src="http://www.ilpungolo.com/wp-content/uploads/2009/10/daila-lama.jpg" alt="daila-lama" width="300" height="248" />&#8220;La posizione della Cina sull&#8217;Arunachal Pradesh è costante e chiara. Ci opponiamo fermamente alla visita del Dalai Lama in questa regione&#8221;.<br />
Non lasciano spazio a dubbi le parole di Ma Zhaoxu, portavoce del ministro degli Esteri cinese.<br />
L&#8217;Arunachal Pradesh è parte dei 90mila chilometri quadrati di territorrio indiano che la Cina rivendica come propri dai tempi della guerra himalayana del 1962. Richiesta a cui l&#8217;India risponde reclamando per sé 43mila chilometri dell&#8217;Aksai Chin, al confine con il Kashmir: una disputa tuttora irrisolta.<br />
Il Dalai Lama, che dal 1959 vive in esilio proprio in India, è considerato un secessionista da Pechino, che vede con &#8220;grande preoccupazione&#8221; la visita prevista per metà novembre.</p>
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