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	<title>ilpungolo.com &#187; Prima Pagina</title>
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	<description>Siamo tutti in una fogna, ma noi guardiamo le stelle</description>
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		<title>La lezione di Pannunzio: &#8220;Una voce nel vuoto&#8221;?</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Dec 2009 13:50:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Venezia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Inquadrare la storia del &#8220;Mondo&#8221; di Mario Pannunzio nel contesto storico fra il dopoguerra e la fine delle pubblicazioni, da più parti, viene considerato un fatto necessario sebbene non se ne siano mai spiegate le ragioni del suo ruolo nella società del tempo fino al &#8216;66.
Ci pare, invece, poter affermare con certezza, che Pannunzio volendo dare forte continuità al &#8220;Risorgimento Liberale&#8221;, sia riuscito a fare emergere da un&#8217;oscuro scantinato, sepolto dal fascismo prima, dalla guerra, dalle violente battaglie politico elettorali svoltesi all&#8217;indomani della scelta della Repubblica poi, la necessità per la nuova l&#8217;Italia di intransigenza morale, di una cultura laica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-123" title="GiovanniVenezia" src="http://www.ilpungolo.com/wp-content/uploads/2009/12/GiovanniVenezia.jpg" alt="GiovanniVenezia" width="100" height="130" />Inquadrare la storia del &#8220;Mondo&#8221; di Mario Pannunzio nel contesto storico fra il dopoguerra e la fine delle pubblicazioni, da più parti, viene considerato un fatto necessario sebbene non se ne siano mai spiegate le ragioni del suo ruolo nella società del tempo fino al &#8216;66.<br />
Ci pare, invece, poter affermare con certezza, che Pannunzio volendo dare forte continuità al &#8220;Risorgimento Liberale&#8221;, sia riuscito a fare emergere da un&#8217;oscuro scantinato, sepolto dal fascismo prima, dalla guerra, dalle violente battaglie politico elettorali svoltesi all&#8217;indomani della scelta della Repubblica poi, la necessità per la nuova l&#8217;Italia di intransigenza morale, di una cultura laica e soprattutto fuori da ogni becero provincialismo, con un linguaggio mai accademico, senza forzature linguistiche , ma chiaro, adeguato all&#8217; intellegibilità postulata dall&#8217;Italia ancora semianalfabeta. E, ci pare, non essere solo questo il fondamento della originalità e dell&#8217;attualità pannunziana quanto essere riuscito a coagulare &#8220;formazioni e generazioni di intellettuali di diversa estrazioni con un punto fondamentale in comune: l&#8217;antifascismo&#8221;.<br />
Senz&#8217;altro &#8220;Il Mondo&#8221; può essere annoverato come il più autorevole periodico culturale del secolo scorso. Un giornale che ha avuto &#8220;peso notevole&#8221; nella trasformazione della società italiana.<br />
Sappiamo benissimo quale era l&#8217;obiettivo di Mario Pannunzio attraverso il Mondo: tracciare per la nuova Italia la strada della cultura laica, liberale con un soffio sostanzioso di libertarismo dovuto alla necessità di riconoscere al cittadino la sua dignità individuale nell&#8217;agorà della democrazia.<br />
Un cammino difficile che non sortiva quasi mai nelle &#8220;adunanze&#8221; redazionali quanto piuttosto dalla lettura del &#8220;Mondo&#8221;. E&#8217; stato, in conclusione, l&#8217;unico vero antagonista, una potenza, per così dire, contrapposta alla cultura della sinistra comunista .<br />
&#8220;Fra queste opposte potenze , però, Il Mondo&#8221; – scrive Nello Ajello &#8211; riuscì a scavarsi un proprio sentiero realizzando il problematico connubio fra due maniere di intendere la società e due modi diversi di studiare la storia:</p>
<p>quella di Croce e quello di Salvemini . E Bobbio sottolineava che esso interpretò gli umori di quei laici progressisti che rappresentavano &#8221; un blocco di ghiaccio ,compatto, preso fra due correnti di flutti&#8230;&#8221;<br />
Obiettivo di fondo rimase sempre &#8220;la battaglia contro il comunismo in difesa della libertà dello spirito come era intesa dalla scuola crociana. Non fu mai dolce contro la Dc di cui, attraverso le inchieste del Salvemini condannò con forza il regime instaurato. Anche lo stesso Ernesto Rossi, percorrendone la scia, denunciò gli scandali dei Monopoli e del malgoverno. Questa lezione oggi, attualissima, fa testo. Ed è storia.<br />
Insomma, la forza del &#8220;Mondo&#8221; consisteva nei numerosi convegni su cui inizialmente Pannunzio nutriva dubbi, ma, successivamente, dietro le insistenze di Eugenio Scalfari e dello stesso Ernesto Rossi, Pannunzio cedette.<br />
Quei convegni, dettati dai fatti della quotidianità, portarono a successi di lunga gittata ( soprattutto se si pensa che negli anni Cinquanta erano protagoniste la polemica sulla libera concorrenza &#8220;strozzata&#8221; dalle grosse imprese conniventi i sindacati e la lotta contro i monopoli). L&#8217;influenza de &#8220;Il Mondo&#8221; si riversa in un tempo molto più lungo dell&#8217;arco di tempo che scorre tra il 1949 ed il 1966 anno della chiusura del settimanale.<br />
Gli insegnamenti di Pannunzio e dei suoi collaboratori, avevano già dato una lezione profondamente seria e competente per consentire all&#8217;Italia di incamminarsi sul sentiero della libertà e della democrazia. Si discusse molto su temi caldi ed ancora oggi attualissimi quali &#8211; tra gli altri &#8211; l&#8217;energia elettrica, il Concordato, riforma della scuola, libertà di stampa, speculazione edilizia. Un mare agitato che ancora oggi lo fa da protagonista nella società disgregata dalla politica senza freni e lontana dai cittadini.<br />
La scuola e la lezione del Mondo&#8221; non potevano essere ossidati dal tempo ma postulava continuità. Continuità è ancora. Il prof. Pier Franco Quaglieni fu a fianco del &#8220;maestro&#8221;, ne raccolse l&#8217;eredità e nel 1967, con certosina pazienza, ideali sinceri e sacrifici, raccolse attorno a sé un gruppo di giovani studiosi.<br />
Nacque ufficialmente il Centro di cultura &#8221; Mario Pannunzio&#8221;. Ebbe vita difficile soprattutto nell&#8217;area torinese ove l&#8217;attività culturale veniva anche boicottata con conati di emarginazione inqualificabile. La forza delle idee, della concretezza e dei valori laici-culturali pannunziani allignarono lentamente fino ad avere una vera esplosione grazie<br />
al lavoro e l&#8217;impegno costante, alle iniziative di successo, al disprezzo per qualunque tentativo di condizionamento politico in nome della libertà e dei suoi valori.<br />
Quarant&#8217;anni di battaglie culturali laico-liberal-libertarie, per rinnovare, ancora una volta,una società declassata, hanno portato al Centro &#8220;Pannunzio&#8221; onori e fama per avere influito non poco sulla formazione dei giovani, sulla<br />
cultura dell&#8217;azione e sugli ideali mai teorici.<br />
E&#8217; lo stesso prof. Pier Franco Quaglieni, fondatore-condottiero del Centro ed oggi Presidente, a darci un quadro esaustivo- pur nella sua &#8220;concinitas&#8221; – del ruolo che la cultura e l&#8217;opera di Pannunzio influiscono, ancora oggi,<br />
sulla società.</p>
<p>A) Pannunzio ed &#8220;Il Mondo&#8221; , protagonisti della democrazia italiana, quale eredità hanno lasciato? Quali, oggi, i valori ancora attuali cui ispirarsi?<br />
&#8220;Ci hanno lasciato una grande lezione di indipendenza ,di impegno civile e di rigore morale . Ed anche una lezione di eleganza e di stile che l&#8217;Italia di oggi non può neppure immaginare cosa sia stata. Un&#8217;eredità scomoda,difficile, di una minoranza che resta e vuole restare minoranza perchè sa che certe battaglie sono proprie di pochi.<br />
Pannunzio ed i suoi amici erano gente che si sacrificava, volendo restare minoranza per impedire alle maggioranze di lasciarsi tentare da derive maggioritarie ,come già intravedeva Tocqueville nell&#8217;8oo. La democrazia, senza il lievito del liberalismo, può facilmente divenire democrazia totalitaria, dittatura della maggioranza . Solo la democrazia liberale garantisce a tutti i cittadini i diritti insopprimibili ,vedendoli anche, mazzinianamente, come doveri. Il &#8216;68 ha distrutto i doveri, noi dobbiamo ricostruire il concetto di diritto-dovere. Non è mai esistito il liberalismo di massa, così come non si può divenire liberali all&#8217;improvviso, provenendo dal comunismo o dal cattolicesimo. Il liberalismo è scuola di tolleranza e di equilibrio, richiede buone e faticose letture, ma soprattutto richiede quella che un grande storico, Adolfo Omodeo, definiva la &#8220;pratica della libertà&#8221;. Chi dice di essere liberale perché ha frequentato per qualche mese il Cepu della politica, non è in buona fede&#8221;.</p>
<p>B) Il Centro &#8220;Pannunzio&#8221; di Torino, che da 40 anni di &#8220;ragionare laico&#8221; conduce con fierezza battaglie di elevata civiltà, di impegno culturale e sociale di notevole interesse, superando difficoltà non di poco conto soprattutto &#8220;scontri&#8221; contro ogni tentativo di soffocante condizionamento per imbrigliarne la voce, come riesce a trovare la vivacità, la coerente continuità e riuscire ad essere propositivo soprattutto verso i giovani per i quali costituisce un esempio di lealtà nell&#8217; umana azione ?<br />
&#8220;Noi abbiamo proposto in agendo un esempio ed indicato un percorso che è anche una scelta di vita. Senza mai fare i moralisti e senza mai volerci atteggiare a maestri. Se qualcuno vuole seguire il nostro esempio, ne saremo lieti. Ma non pretendiamo di convincere nessuno. Le scelte morali hanno significato solo se nascono dal profondo della nostra coscienza. Abbiamo provocato scontri, ma abbiamo anche sollecitato incontri perché non siamo persone faziose e non abbiamo un partito da difendere o da promuovere. Abbiamo anche commesso in quarant&#8217;anni tanti errori. Ma nell&#8217;insieme noi riteniamo le nostre scelte giuste: non per il consenso che oggi sembrano registrare, ma perché andavano fatte. A qualunque costo. Croce diceva che nell&#8217;Ottocento la parola liberale in Spagna aveva esattamente il senso opposto di &#8220;servile&#8221;. Ecco, questo è , in sintesi , il Centro &#8220;Pannunzio&#8221;.</p>
<p>C) Quali riflessioni propone per dare lezioni di etica comportamentale politica a questa classe dirigente afona, ignorante ed opportunista e per far sì che gli italiani si riapproprino del diritto di cittadinanza e della democrazia?<br />
&#8220;Noi, come ho detto, non vogliamo far lezione a nessuno, ma quello che è certo è che la classe dirigente che oggi abbiamo (in maggioranza e all&#8217;opposizione) è fatta in prevalenza da dilettanti, avventizi, ignorantelli, arroganti.<br />
Noi preferivamo la I^ Repubblica con tutti i suoi difetti , ma anche con uomini come De Gasperi, Einaudi, Croce,Sforza, Carandini, La Malfa, Saragat,Nenni, Almirante e persino Togliatti. Togliatti era meglio dei suoi attuali eredi che praticano un funesto cinismo togliattiano senza avere nè la cultura, nè l&#8217;esperienza di Togliatti.<br />
Non dimentichiamo che quegli uomini sono stati i protagonisti di una ricostruzione straordinaria dopo la sconfitta nella II^ guerra mondiale e la guerra civile che ha insanguinato il Nord Italia.<br />
Non a caso, oggi, quegli uomini sono dimenticati. Provate a pensare agli omologhi odierni: c&#8217; è da rabbrividire.&#8221; Nel 40° dalla fondazione il Centro Pannunzio apre l e pagine della riflessione sul passato nel presente e inizia un cammino – come progetto – per il futuro con uno sguardo soprattutto verso i giovani.</p>
<p>E&#8217; quanto aveva previsto il &#8220;maestro Mario&#8221;: &#8220;il gruppo di amici e lettori non si sarebbe perso&#8221;.<br />
Così è stato perché – scriveva Ignazio Silone – il vero continuatore del &#8220;Mondo&#8221; è il Centro &#8220;Pannunzio&#8221;.<br />
Malagodi, con sdegno verso &#8220;i disobbedienti del Pli&#8221; abbe a dire che Mario Pannunzio ed il suo &#8220;Il Mondo&#8221;, sarebbe rimasta una &#8220;voce nel vuoto&#8221;. Il tempo ed i fatti lo hanno smentito.<br />
Il Centro viene dal futuro con, alle spalle, un passato glorioso e la sua voce autenticamente laico-liberale, si rivolge ai nuovi giovani che numerosi si accostano alle lezioni pannunziane sulla insopprimibile funzione del pluralismo culturale. I suoi punti di forza.</p>
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		<title>Il ponte sullo stretto, un colosso d&#8217;argilla?</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Dec 2009 11:43:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Venezia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prima Pagina]]></category>

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		<description><![CDATA[Inizia con queste articolo, la ripubblicazione degli editoriali di mio padre da quando è nato ilpungolo.com; questo per mantenere viva la sua memoria e non perdere un grande patrimonio intellettuale, che ha accompagnati molti di voi in questi 8 anni.


Virgilio Venezia












I progettisti, gli altri geologi, le Imprese costruttrici sono edotti che i calcoli relativi alla sicurezza siano tali da reggere anche al ripetersi ( Dio non voglia!) di un ventuale tremento maremoto-terremoto con connesso tzunami del 21 luglio del 365 d.c. (Iddio ci protegga !) che colpì l’intero bacino del mediterraneo, dalla Grecia all’Epiro, da Creta alla Giordania, dall’Egitto alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Inizia con queste articolo, la ripubblicazione degli editoriali di mio padre da quando è nato ilpungolo.com; questo per mantenere viva la sua memoria e non perdere un grande patrimonio intellettuale, che ha accompagnati molti di voi in questi 8 anni.</em></p>
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<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;"><em><strong>Virgilio Venezia</strong></em></p>
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<p style="text-align: right;"><em><strong><br />
</strong></em></p>
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<p style="text-align: left;"><em><img class="alignleft size-full wp-image-127" title="GiovanniVenezia" src="http://www.ilpungolo.com/wp-content/uploads/2009/12/GiovanniVenezia1.jpg" alt="GiovanniVenezia" width="130" height="169" /></em></p>
<p><em>I progettisti, gli altri geologi, le Imprese costruttrici sono edotti che i calcoli relativi alla sicurezza siano tali da reggere anche al ripetersi ( Dio non voglia!) di un ventuale tremento maremoto-terremoto con connesso tzunami del 21 luglio del 365 d.c. (Iddio ci protegga !) che colpì l’intero bacino del mediterraneo, dalla Grecia all’Epiro, da Creta alla Giordania, dall’Egitto alla Libia, alla Tunisia alla Sicilia, ai paesi dell’Adriatico. Con direzione nord-sud investì l’Isola da Lilibeo a Palermo, all’Agrigentino, alle ville di Piazza Armerina, a Patti?</em></p>
<p>E’ deciso ! La grande torta si spartirà. Perché il ponte sullo stretto di Messina vedrà la luce e, come <strong>premio al coraggio</strong> il presidente Berlusconi sarà immortalato con una grande statua che, al centro del ponte, a mò di abbraccio corale, porge il benvenuto ai ‘’transitanti.’’L’immortalità sarà stata raggiunta. La storia si arricchirà delle ardimentose gesta dell’eroe del nostro tempo.<br />
Il ponte, dunque, si farà. La questione, anche se è solo politica perché in questi ultimi tempi il governo, pare, stia per destinare e per un lungo periodo di anni, risorse esclusivamente alle grandi opere che prevedono un pedaggiamento per autofinanziarsi, non pare definitivamente chiusa perché non ancora è chiusa la grande divaricazione fra gli strumenti da verificare il grado di fattibilità dell’opera e le scelte politiche che danno il Ponte come opera <em>“necessaria”.</em><br />
Le associazioni “ No Ponte, gli ambientalisti siculo-calabri, il wwf, i milioni di cittadini non hanno ancora sotterrato l’ascia di “guerra”.</p>
<p><strong>Impatto ambientale e gravi pericoli sempre in essere</strong><br />
Molti i geologi italiani e stranieri che si sono pronunciati perentoriamente per il “no” perché i dubbi sono moltplici.<br />
Non parliamo del grave <em>dissesto idrogeologico in cui verseranno le aree che dovrebbero fare da spalla al ponte, ai problemi di natura sismica…diseducativo per quanto riguarda i rapporti natura-uomo, che è eticamente  riprorevole e politicamente fariseo, che difende esclusivamente interessi di corporazione e che offre dubbi benefici rispetto agli alti costi. (Tozzi)</em><br />
Pensate, poi , a questa massa di acciaio (170.000 tonnellate) che si erige fino a quasi 400 metri di altezza. E le  centomila tonnellate di ponte sospeso che oscilla in libertà fra i 12/13 metri in larghezza ed i circa 10 metri in  verticale. Pensateci. Fa già paura e i brividi si impadroniscono del tuo sistema nervoso producendo adrenalina.  (E sei sulla terraferma a pensare).  E poiché le raffiche di vento non sono rare in quella zona, tutte le volte il ponte dovrà essere chiuso anche per timore di allarme da ventuale teremoto di malaugurato alto grado . Si dice che reggerebbe l’urto tremendo del terremoto del 1908. Ma ci chiediamo. I progettisti, gli altri geologi, le Imprese costruttrici sono edotti che i calcoli relativi alla sicurezza siano tali da reggere anche al tremento maremototerremoto con connesso TZUNAMI del 21 luglio del 365 d.c. (Iddio ci protegga !) che colpì l’intero bacino del Mediterraneo, dalla Grecia all’Epiro, da Creta alla Giordania, dall’Egitto alla Libia, alla Tunisia alla Sicilia, ai paesi dell’Adriatico. Con direzione nord-sud investì l’Isola da Lilibeo a Palermo, all’Agrigentino, alle ville di Piazza Armerina, a Patti? Un pezzo della città di Mazara del Vallo, come ricorda Enzo Gancitano nel suo libro “ A Due passi dal fiume”, scomparve nelle profondità del mare. A citare l’evento anche lo storico Sozomeno: <strong><em>“..la terra fu squassata continuamente da violentisimi terremoti….il mare, in un primo tempo ritiratosi, tornò improvvisamente superando gli abituali confini, inondando le terre prima asciutte e si rinvennero scafi di barche persino sui tetti delle case….”</em></strong> Non diversamente la cronaca” di Ammiano Marcellino arricchita da notizie particolari : <em><strong>“i flutti mugghianti si sollevarono e spianarono isole, case e ciò che incontravano nel loro cammino</strong></em>. E poi non manca di riferirne con dovizia di particolari Cassiodoro-Epiphani nell’opera “ Vita di S. Athanasii”. E tra gli storici a noi vicini. Citiamo anche Leonardo Bonanno.</p>
<p>Pare che i calcoli siano stati fatti a partire dai 13 terremoti violenti ( 7°/8° grado della scala Me rcalli) verificatesi nella Sicilia Nord -orientale e la Calabria notoriamente le regioni più ad alto rischio sismico di tutto il Mediterraneo.<br />
Basterebbe pensare ad eventi della portata dello tzunami del 365 per cancellare pure i progetti.<br />
Ma le difficoltà per la certezza che il Ponte prenda consistenza, sembrano accavallarsi. Non a caso Risalto/Strabag, importante impresa di costruzione austriaca ha rinunciato alla gara mentre Impregilo e Astaldi sono “ senza entusiasmo”.<br />
Intanto, miliardi della comunità sono stati spesi senza speranza che si possano recuperare perché trattasi di studi, convegni, relazioni, tavole rotonde e quant’altro di dispendioso l’Italia possa fare per opere rischiose.<br />
Non parliamo, poi, delle omissioni relative alla valutazione d’incidenza sulla zona di protezione speciale comunitaria Capo Peloro- Laghi di Ganzirri dove dovrebbe sorgere il pilone sul lato Sicilia, nonché la violazione delle direttive europee 79/409/Cee sugli uccelli e 92/43/Cee sull’habitat.<br />
Ci chiediamo, a questo punto: ma vale la pena rischiare di buttare a mare oltre quattro-miliardi-di-euro che lo Stato dovrebbe sborsare in 30 anni (garantite da Trenitalia ?) ed abbandonare, per carenza di ulteriori risorse, ogni “investimento” per le infrastrutture al sud con le conseguenze immaginabili sul continuo degrado di quanto utilizzabile nonché per il mancato rinnovo tecnologico finalizzato al miglioramento di quelle inefficienti? E’ la quadratura del cerchio che diventa sogno. Il nulla.</p>
<p><strong>Con il Ponte l’economia dell’Isola è senza futuro</strong><br />
Ammettiamo pure che il Ponte diventi realtà. Data la natura dell’ambiente esige un quotidiano monitoraggio riguardante la sicurezza, oltre le manutenzioni ordinarie mai a lungo termine. Il che, ovviamente comporta costi enormi di esercizio che non verranno mai compensate dal pedaggio che si presume abbia costi elevati se si considera che adesso in treno non si paga e le auto con il trasporto su gomma delle merci costa poco. Non citiamo l’apparato economico sempre in movimento tra ferry boat ed indotto, impiego di manod’opera per ogni ragione connessa all’attività portuale, agli esercizi in attività , al movimento delle merci, di denaro e di benessere circolante. A pagarne di più il peso sarebbe, dunque, la città di Messina tagliata fuori dalla circolazione di passaggio e dalle soste nonchè l’hinterland sud della città dello stretto. A voler esigere introiti dal turismo è un bello sperare inutile in quanto le mète, via autostrada avrebbero inizio da Taormina in giù fino all’orecchio di Dionisio.<br />
Questo sud non ha bisogno del Ponte. L’ammodernamento dei traghetti comporta ulteriore certezza per l’occupazione per il benessere della città. E non solo. Basta rendere fruibile ed efficiente la rete viaria sia da Salerno a Villa San Giovanni a Reggio Calabria che – in Sicilia – da Messina a Palermo e direttrice Messina-sud fino ad Agrigento. Incrementare i voli a prezzi concorrenziali e garantire maggiore sicurezza ed efficienza negli aereoporti.<br />
Quindi una certezza di incremento del mercato e più trasporti . No, quindi, cattedrali nel deserto.<br />
E’ evidente che l’incremento occupazionale – limitato &#8211; sarebbe assicurato soltanto per i sei anni necessari al completamento dell’opera. I trasporti delle merci non hanno bisogno del Ponte.<br />
Sul piano economico sono state fatte proposte sensate quali, per esempio – riportiamo – le ragioni  territoriali” che  considerano <em><strong>“i vantaggi della portualità diffusa nell’isola, e dell’opportunità di  istribuire i flussi di traffico merci per bacini di utenza ( Trapani, Porto Empedocle e Pozzallo sul Canale di Sicilia; Siracusa, Catania e Messina sullo Ionio; Milazzo, Termini Imerese e Palemo sul Tirreno, piuttosto che  concentrare il carico di tutta la Sicilia sulla direttrice Villa – Messina”.(Inu</strong></em><strong> </strong>)<br />
Un’economia senza futuro certo ma con la certezza, quasi certificata da analisi serie e competenti, di un decremento che allargherebbe la forbice sulle due Italie anche se incatenate da un semplice ponte del nulla.</p>
<p><strong>Conclusioni</strong><br />
Molto è stato scritto, molte le contestazioni di popolo, le marce del “no al ponte” , molti gli umori negativi. Le voci del “si” sono quelle dell’interesse particolare. Non scordiamoci che le organizzazioni malavitose sono come piovre per agguantare appalti e sub-appalti.Questi ultimi “garantiscono” un alto rischio sull’opera a regola d’arte in quanto difficilmente controllabile dalle ditte. Risulta che già, qualche mese addietro, gli investigatori dell’antimafia hanno decapitato il vertice di una organizzazione mafiosa che stava tentando di inserirsi negli appalti pubblici delle cosiddette “21 grandi opere” tra cui il Ponte di Messina. Di queste società-organizzate alcune risultarono essere residenti all’estero. Per non parlare, poi, del temuto dilagante a tutte le latitudini, del terrorismo.<br />
Scrive Giovanni Campo: Per lo sviluppo del Meridione non occorrono né santini, né cartoline con il ponte. Le ricchezze di queste terre sono ben altre, anzi proprio il susseguirsi di promesse di miracoli “macchinistici” ha distrutto molte di queste ricchezze…Motivo d’orgoglio nazionale e di contemporaneo rilancio del Sud sia quello di costruire sistemi di soluzioni “sostenibili” economicamente ed ecologicamente, calibrate sui tempi naturali di Silone (nove mesi per fare il pane, il vino ed i figli) , e su spazi idonei, proponendo competizioni al rialzo della qualità,piuttosto che al ribasso che puntano su quantità e consumi, per far girare l’economia di alcuni e distruggere le risorse di tutti”.<br />
Questo ecomostro non s’ha da fare. E’ l’imperativo categorico di tutte le organizzazioni e della maggioranza dei cittadini del Sud decisi a combattere per l’indipedenza e l’autodeterminazione.<br />
La storia fa emergere le battaglie di Finochiaro Aprile. Corsi e ricorsi. Altri problemi in vista signor Presidente del Consiglio.</p>
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		<title>Semplicemente grazie</title>
		<link>http://www.ilpungolo.com/semplicemente-grazie/</link>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 08:53:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Virgilio Venezia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prima Pagina]]></category>

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		<description><![CDATA[Vorrei ringraziare Antonio Cusumano e MazaraCult (http://mazaracult.blogspot.com)   per aver scritto  questo bell&#8217;articolo in memoria di mio padre. Spero che la ripresa de ilpungolo.com possa mantenere vivo lo spirito libero che ha caratterizzato in questi anni il sito.

Virgilio Venezia










Ricordo di un caro amico di Antonio Cusumano


In antropologia si chiama «sguardo da lontano» quella distanza che permette di guardare con una qualche oggettività critica la realtà che abitiamo o crediamo di conoscere. Giovanni Venezia abitava la nostra città pur senza esserne domiciliato. Se ne era andato da giovane ma in verità non se ne era mai del tutto staccato, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><em><img class="alignleft size-full wp-image-12" title="tmb_33592417" src="http://www.ilpungolo.com/wp-content/uploads/2009/10/tmb_33592417.jpg" alt="tmb_33592417" width="130" height="160" />Vorrei ringraziare Antonio Cusumano e MazaraCult (http://mazaracult.blogspot.com)   per aver scritto  questo bell&#8217;articolo in memoria di mio padre. Spero che la ripresa de ilpungolo.com possa mantenere vivo lo spirito libero che ha caratterizzato in questi anni il sito.</em></p>
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<p style="text-align: right;"><strong><em>Virgilio Venezia</em></strong></p>
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<h3 style="text-align: center;"><a href="http://mazaracult.blogspot.com/2009/11/per-giovanni-venezia-in-antropologia-si.html">Ricordo di un caro amico</a> di <em>Antonio Cusumano</em></h3>
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<p>In antropologia si chiama «sguardo da lontano» quella distanza che permette di guardare con una qualche oggettività critica la realtà che abitiamo o crediamo di conoscere. Giovanni Venezia abitava la nostra città pur senza esserne domiciliato. Se ne era andato da giovane ma in verità non se ne era mai del tutto staccato, non aveva mai cessato di sentirsi un mazarese. Abitare un luogo non significa semplicemente risiedervi né basta la presenza fisica a fare di un abitante un cittadino. Facoltà storicamente elaborata, socialmente condivisa e culturalmente connotata, abitare vuol dire sottrarre lo spazio alla sua insignificanza, dare forma e sostanza a relazioni e simboli, investire di senso il luogo nel quale riconoscersi. In questo senso Giovanni Venezia ha sempre abitato la nostra città, perché ha tenacemente coltivato il sentimento del luogo, quel senso di appartenenza ad una comunità oggi fortemente in crisi in un tempo in cui alla dilatazione dei riferimenti spaziali per effetto della globalizzazione si accompagna il rischio della delocalizzazione culturale, della perdita esistenziale del senso del luogo.</p>
<p>Per Giovanni Venezia emigrante in Piemonte il luogo elettivo, di fondazione spaziale e di evocazione temporale, era e restava Mazara del Vallo, la città dove era nato e dove aveva sperimentato le prime illusioni e delusioni, il luogo a cui restano tenacemente impigliati i fili invisibili che connettono la trama della vita di ciascuno nell’orizzonte rassicurante dei riferimenti territoriali ed affettivi. «Mazara è dentro di me, direi che me la porto sempre appresso»: così scriveva nell’introduzione a quel libretto che contiene un’intervista sulla città.</p>
<p>Giovanni Venezia viveva a Venaria, a più di mille chilometri di distanza, ma continuava a sentirsi a casa tra le strade e nelle piazze di Mazara, che lo aiutavano ad evocare storie, a rianimare passioni, a rinnovare memorie. Il sentimento del luogo era in Giovanni un capitale prezioso, era movente esistenziale, ragione etica, esigenza civile.</p>
<p>Credo che questa sia la prima lezione che ci lascia, una lezione di umana affezione alla città e una testimonianza di leale cittadinanza. Cittadino non è per diritto naturale l’abitante, ma colui che non solo esercita i diritti e i doveri della condizione giuridica ma pratica le virtù civiche, fa valere lo spirito pubblico, difende e conserva le memorie culturali. Se è vero che la cittadinanza non è qualcosa di empiricamente dato ma status sociale da guadagnare e da rivendicare, Giovanni Venezia è stato cittadino di Mazara con una forte coscienza di appartenenza alla polis, con un profondo sentimento di difesa e di attaccamento al bene collettivo, con una sensibilità e un’attenzione filiale per le sorti della nostra comunità.</p>
<p>Cittadino dunque, ma non solo. La distanza geografica avrebbe potuto produrre quella nostalgia che è sentimento nobile ma spesso malinconicamente inerte, risolvendosi in un atteggiamento di passiva accettazione del presente e in un ripiegamento idillico verso il passato. Giovanni guardava alla nostra città da lontano ma ne aveva un’immagine quotidianamente viva e presente, una conoscenza puntuale e non angusta, una rappresentazione appassionata ma anche spassionata. Dalla memoria della città che aveva lasciato da giovane attingeva la rabbia e l’indignazione civile di chi non si rassegnava allo stato delle cose, di chi partecipava con giovanile emozione a quanto di nuovo e di originale si muoveva nel sottosuolo della società locale. Aveva salutato con entusiasmo le iniziative popolari contro l’istallazione della distilleria, ne aveva seguito gli sviluppi, aveva aderito alla lotta dei movimenti a salvaguardia del territorio. Aveva sostenuto le ragioni di quanti in questa città difendono e conservano le memorie culturali, i beni storici, da quelli archeologici a quelli artistici, di quanti si impegnano, spesso in silenziosa solitudine e nell’indifferenza dell’opinione pubblica, nella crescita sociale e civile della collettività.</p>
<p>Condannava il provincialismo greve e gretto, la decadenza civile e morale in cui Mazara è precipitata, levava la sua voce contro ogni forma di sopruso e di ingiustizia. Spirito liberal ma con vocazione salveminiana, si riconosceva in quel movimento politico che richiamandosi al Mondo di Pannunzio era rimasto minoranza, ai margini del potere trionfante, tra gli ammutinati della storia, tra coloro che crocianamente rivendicavano la laicità dello Stato e sull’esempio degli azionisti battevano la difficile strada del riformismo che fu di Ernesto Rossi e di Norberto Bobbio. Aveva intuito e denunciato i rischi che corre la nostra democrazia, aveva scritto della pericolosa deriva di corruttela a cui sembra avviarsi il nostro Paese, aveva criticato la dittatura della maggioranza. Aveva individuato nella mancanza di senso civico, nell’assenza di una religione civile, la causa dei mali di un’Italia ancora irretita nei vizi denunciati da Guicciardini. Nell’analisi sui costumi degenerati della vita politica aveva introdotto nel linguaggio giornalistico parole nuove come calabrachismo per stigmatizzare l’annosa pratica del servilismo, come vidioti per designare quei cittadini omologati dalla tirannia mediatica, ridotti – come scriveva lo stesso Venezia – a «utili strumenti ammassati in attesa di essere utilizzati, previo plagio e desertificazione delle buone idee».</p>
<p>Giovanni Venezia aveva dunque, da osservatore acuto e attento, lucida consapevolezza dell’evoluzione politica del nostro Paese e dentro l’orizzonte di questa analisi critica non distoglieva lo sguardo dalla città che amava, orientava i suoi ragionamenti e le sue passioni politiche sulle piccole e minute vicende di quella comunità di cui non aveva cessato di sentirsi parte. Aveva condiviso le speranze dei giovani mazaresi, aveva inventato e suggerito progetti per la città, aveva costruito una straordinaria rete di collegamenti attraverso il suo Pungolo, mettendo in comunicazione i mazaresi della diaspora, quei cittadini che vivono lontani dalla città ma ne sono rimasti in qualche modo legati, aveva fondato una sorta di comunità di sentimento, un sodalizio di culto e di affetti, un polo di riferimenti, uno spazio di informazioni, uno strumento conoscitivo, un territorio virtuale di prossimità, di contatti, di relazioni che interpretava compiutamente, nel tempo della globalizzazione, la funzione di valorizzare le risorse locali attraverso l’uso civile dei mezzi offerti da internet. La rete era usata da Giovanni Venezia come un reticolo, come un ponte ideale che mobilitava energie, sensibilizzava cuori e menti, univa i mazaresi in una fitta trama di legami simbolici istituiti attorno ad un unico centro di interesse, un collettore di flussi di network ma anche di memorie comuni, di sentimenti, di desideri, di idee. Il suo sito celebrava il primato del locale, la rivincita del locale sul globale. Giovanni Venezia ha saputo costruire un luogo in cui si sono riconosciuti molti mazaresi, migrati altrove o semplicemente dispersi, dissociati, isolati, ha saputo dar loro voce e spazio, ha connesso le diverse esperienze e testimonianze di quanti hanno a cuore le vicende della città, il suo futuro. Di questo dobbiamo essergli grati, per questo i cittadini di Mazara è bene che non dimentichino Giovanni Venezia, il suo impegno di cittadino innamorato della città.</p>
<p>Ora che il Pungolo – ad un anno di distanza dalla sua morte – ha riattivato il sito e ha ripreso le attività, ad opera del figlio Virgilio, è auspicabile che si possano tornare a leggere gli articoli scritti da Giovanni, paradossalmente oscurati e attualmente irrecuperabili online. Sarebbe bene che i mazaresi, in patria o esuli, raccolgano la sua eredità di idee e di passioni e tornino a dialogare e a ragionare sull’identità della città, sul bene comune, sul suo presente, probabilmente ancora imperfetto, e sul suo futuro, possibilmente migliore.</p>
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		<title>Siamo tornati</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Oct 2009 20:23:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Virgilio Venezia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ A quasi un anno dalla perdita di Giovanni, mio padre, abbiamo deciso di riaprire “ilpungolo.com” per tornare ad essere il punto di riferimento di tutti coloro che cercano un’informazione libera e obiettiva.
Anche perché noi che crediamo nel crociano “il pensiero è sempre polemico”, sosteniamo consapevolmente che la libertà di espressione del pensiero, delle idee e di stampa, sia il punto cardine che dà consistenza alla democrazia e, attraverso la costruzione coordinata di tanti e differenti tasselli, consente di raggiungere obiettivi che altrimenti sarebbe vano sperare.
In questo senso, l’eventuale attribuzione di “qualunquismo” l’accettiamo come un complimento.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-12" title="tmb_33592417" src="http://www.ilpungolo.com/wp-content/uploads/2009/10/tmb_33592417.jpg" alt="tmb_33592417" width="130" height="160" /> A quasi un anno dalla perdita di Giovanni, mio padre, abbiamo deciso di riaprire <strong>“ilpungolo.com”</strong> per tornare ad essere il punto di riferimento di tutti coloro che cercano un’informazione libera e obiettiva.<br />
Anche perché noi che crediamo nel crociano “il pensiero è sempre polemico”, sosteniamo consapevolmente che la libertà di espressione del pensiero, delle idee e di stampa, sia il punto cardine che dà consistenza alla democrazia e, attraverso la costruzione coordinata di tanti e differenti tasselli, consente di raggiungere obiettivi che altrimenti sarebbe vano sperare.<br />
In questo senso, l’eventuale attribuzione di “qualunquismo” l’accettiamo come un complimento.<br />
L’unanimismo, del resto, non ha mai fatto la storia, sempre in divenire, ma ne ha spesso distorto le finalità. Gli eventi dell’inizio del terzo millennio confermano il nostro pensiero.<br />
Il pluralismo ed il divenire delle idee sono invece una salvaguardia per una società libera, democratica, capace di autogestirsi.<br />
Ci piace, a questo punto, ribadire con forza che<strong> “ilpungolo.com”</strong> è una tribuna libera ed aperta alle idee costruttive ed aggreganti, scevra da pronismo, deleterio e deprimente, nei confronti di alcuno, pur rimanendo fermo il concetto che tutto muta e, nel mutare, si spera che migliori.<br />
La nostra mèta non potrà essere raggiunta senza la vostra collaborazione.<br />
Grazie</p>
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