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	<title>ilpungolo.com &#187; Scienza</title>
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	<description>Siamo tutti in una fogna, ma noi guardiamo le stelle</description>
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		<title>Avatar e la paura di vivere</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2010 12:54:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Locci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scienza]]></category>

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		<description><![CDATA[Si legge in questi giorni che “Avatar” (James Cameron, 2009) provocherebbe depressione e idee di suicidio in soggetti giovani e giovanissimi. Non sono in grado di quantificare questo fenomeno, né saprei dire  in che misura è già presente in Italia, ma, se pure riguardasse pochi individui, sarebbe comunque un segnale allarmante.
Vorrebbe forse dire che se oggi si riproponesse “A beautiful mind”  (Ron Howard, 2001), gli spettatori comincerebbero ad avere allucinazioni? Oppure, dopo aver visto una riedizione di “Un giorno di ordinaria follia”  (Joel Schumacher, 1993), uscirebbero dal cinema pronti a fare una strage?
Non lo credo. La suggestione, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-49" title="paola_locci" src="http://www.ilpungolo.com/wp-content/uploads/2009/10/paola_locci.jpg" alt="paola_locci" width="140" height="140" />Si legge in questi giorni che “Avatar” (James Cameron, 2009) provocherebbe depressione e idee di suicidio in soggetti giovani e giovanissimi. Non sono in grado di quantificare questo fenomeno, né saprei dire  in che misura è già presente in Italia, ma, se pure riguardasse pochi individui, sarebbe comunque un segnale allarmante.<br />
Vorrebbe forse dire che se oggi si riproponesse “A beautiful mind”  (Ron Howard, 2001), gli spettatori comincerebbero ad avere allucinazioni? Oppure, dopo aver visto una riedizione di “Un giorno di ordinaria follia”  (Joel Schumacher, 1993), uscirebbero dal cinema pronti a fare una strage?<br />
Non lo credo. La suggestione, anche collettiva, è un fenomeno ben conosciuto. Ma uno stato depressivo difficilmente può essere classificato come un fenomeno collettivo.</p>
<p>Un mondo fantastico, meraviglioso e perfetto è sempre esistito. Nelle favole. Nei sogni. Nelle utopie. Il livello tecnologico altissimo raggiunto nella realizzazione di Avatar indubbiamente permette un’immersione quasi totale nel mondo virtuale di Pandora, ed è comprensibile un certo grado di coinvolgimento. Tuttavia i giovani d’oggi dovrebbero essere avvezzi agli “effetti speciali” molto più di chi, ad esempio, ha sperimentato il cinerama de “La conquista del West”, nei lontani anni ’60 (John Ford, 1962).<br />
Allora cosa sta succedendo?</p>
<p>Questi alcuni dei post pubblicati sui forum e riportati dai giornali:</p>
<p>«Da quando ho visto Avatar sono depresso. Guardando il favoloso mondo di Pandora, ho realizzato che vorrei vivere in un posto così. Ho pensato di uccidermi, magari rinascerò in un luogo simile a quello del film, dove tutto è come in Avatar»<br />
«Quando mi sono svegliato la mattina dopo essere stato al cinema, il mondo mi è apparso grigio. Il mio lavoro, la mia vita, tutto ha perso ogni valore. E&#8217; tutto così insignificante, è un mondo di morte»<br />
«Sono depresso perchè voglio vivere a Pandora, dove ogni cosa è perfetta. Inoltre, mi sento triste perchè il mio mondo fa schifo, sono disgustato da come la razza umana ha distrutto la Terra»</p>
<p>Senza ovviamente generalizzare, ho avuto spesso modo di constatare che i ragazzi delle ultime generazioni danno per scontati una serie di “privilegi” che scontati non sono, né tanto meno dovuti. E se li aspettano, li pretendono. Come se la vita dovesse loro “un credito illimitato” (così diceva un mio paziente).<br />
Come se avessero nella testa un modello ideale al quale la vita deve uniformarsi. Pace e amore. Una natura amica e incontaminata. Giustizia per tutti. Bellezza, felicità e armonia. Come a Pandora. Se l’idea è questa e ci si guarda intorno, è facile convincersi di essere stati defraudati, di stare subendo un’ingiustizia.</p>
<p>Si potrebbe parlare di una forma di egocentrismo di tipo infantile. Quello per cui i bambini piccoli pensano che tutto ruoti intorno a loro. Che il mondo esista solo per soddisfare le loro esigenze. I bambini sono esseri “nuovi” senza passato e futuro, senza storia, concentrati nell’attimo presente. Ed è giusto e fisiologico che sia così.<br />
Ma molti adolescenti continuano a trascinarsi, talvolta fino all’età adulta, una preoccupante mancanza di consapevolezza rispetto ad un contesto spazio-temporale che è la storia dell’esistenza umana. Si percepiscono come se fossero i  “primi”, staccati dal passato, come se gli esseri umani delle generazioni precedenti, degli anni, dei millenni precedenti, e di altri luoghi, non fossero esistiti e non esistessero; non avessero a loro volta trovato difficoltà e dolore e non avessero dovuto lottare per migliorare la propria condizione.<br />
Quanti si rendono conto che solo cent’anni fa non c’erano il telefono, la televisione, l’insulina e gli antibiotici, che in trent’anni ci sono state 2 guerre con milioni di morti, che solo sessant’anni fa mangiare 3 volte al giorno era una conquista e andare a scuola un lusso, che solo quarant’anni fa avere un lavoro gratificante, un’automobile, una bella casa, comodità e divertimenti, era per pochi fortunati?! E che in altri luoghi del mondo è ancora così?!<br />
Non è un po’ assurda la pretesa di trovare tutto già fatto, problemi risolti, natura in equilibrio, specie umana finalmente saggia ed evoluta?</p>
<p>Il mondo è brutto? La vita non è come la vorrei? Ci sono i cattivi che stanno rovinando il mio mondo perfetto? Allora io non voglio starci.<br />
Allo stesso modo, non si accettano fallimenti, sconfitte, abbandoni. La felicità mi è dovuta, è un mio diritto. Dovrei conquistarmi tutto con le unghie e con i denti? Allora non voglio starci.<br />
E anche tutto il resto del mondo deve funzionare bene, perché io non sono egoista, voglio che tutti siano felici, che abbiano da mangiare e l’acqua, e libertà, e calore quando fa freddo, e le foreste amazzoniche devono vivere, e cibo e rispetto per gli animali… Non è già così? Allora non voglio starci<br />
.<br />
Rendersi conto di questo schema mentale è molto importante. Faccio un esempio: se ad una persona capita  un incidente, una malattia, un lutto, quella persona soffre diciamo in modo sano; ma se all’incidente, alla malattia o al lutto, si somma la convinzione di aver subìto un’ingiustizia &#8211;  perché è successo? non era così che doveva andare… &#8211; la sofferenza diventa insopportabile.<br />
A chi si sente deprivato di un diritto, e non è abituato a combattere per conquistarlo, non resta che la fuga. Nella droga, nell’alcool, nella musica allucinogena dei rave party, nell’estraniamento  mascherato da un’iperemotività esasperata quanto fuggevole. Nel consumismo compensatorio o nell’idealismo più inconcludente. Oppure nella depressione, la cui genesi coincide con una sorta di “resa” di chi è convinto di non farcela.<br />
Tutto questo esisteva già prima di Avatar.</p>
<p>E’ legittimo desiderare una vita serena in un mondo meraviglioso, inseguire sogni e ideali. Ma avere un modello di “vita perfetta” è sicura fonte di delusioni e disperazione. Crescere significa riuscire a smantellare questo modello e a sostituirlo con un’idea ragionevole di esistenza reale. Acquisendo anche  la capacità di consolarsi degli aspetti iniqui e crudeli con le sorprendenti meraviglie che pure, incredibilmente, ci circondano.</p>
<p>E qui vengo alle domande fondamentali: chi insegna ai bambini che la realtà è imperfetta, ma va affrontata? Che le favole sono necessarie e che è bello riposarsi nella fantasia, ma che l’esistenza va vissuta come una sfida, mettendoci tutta la forza e il cuore di cui siamo capaci? Chi spiega loro la differenza tra un desiderio e la possibilità di realizzarlo?<br />
Chi insegna ai giovani che ogni singolo individuo è chiamato ad assumersi delle responsabilità e a fare la propria parte perché questo vecchio mondo, l’unico che abbiamo, difficile e terribilmente complesso, diventi migliore?<br />
Avatar non c’entra, ha solo illuminato la punta di un iceberg che si aggira silenzioso intorno a noi.</p>
<p>Si possono tirar su dei figli forti, consapevoli, coraggiosi, oppure degli esseri fragili, sempre in fuga, con tanti sogni nella testa e tanta paura di vivere. Degli avatar sperduti sull’imperfetto pianeta Terra.<br />
Agli adulti la scelta.</p>
<p><em>www.paolalocci.it</em></p>
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		<title>Limiti &#8211; Dall’individuo “sincero” alla società violenta</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Oct 2009 09:40:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Locci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scienza]]></category>

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		<description><![CDATA[Sarà capitato anche a voi che un amico, nel bel mezzo di una tranquilla chiacchierata, abbia lanciato strali velenosi su qualcosa o qualcuno che voi invece apprezzate, senza troppo preoccuparsi della vostra opinione. Certo, si possono sempre ignorare le frecciate buttate lì quasi per caso, far finta di nulla, o tentare di proporre – generalmente inascoltati &#8211; un diverso punto di vista, magari meno emotivo; ma se ciò è relativamente facile quando la frecciata riguarda una squadra di calcio, è meno facile se riguarda, ad esempio, la politica.
Allora forse avete tentato di spiegare all’amico, con il tatto dovuto, che, neppure [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-49" title="paola_locci" src="http://www.ilpungolo.com/wp-content/uploads/2009/10/paola_locci.jpg" alt="paola_locci" width="140" height="140" />Sarà capitato anche a voi che un amico, nel bel mezzo di una tranquilla chiacchierata, abbia lanciato strali velenosi su qualcosa o qualcuno che voi invece apprezzate, senza troppo preoccuparsi della vostra opinione. Certo, si possono sempre ignorare le frecciate buttate lì quasi per caso, far finta di nulla, o tentare di proporre – generalmente inascoltati &#8211; un diverso punto di vista, magari meno emotivo; ma se ciò è relativamente facile quando la frecciata riguarda una squadra di calcio, è meno facile se riguarda, ad esempio, la politica.<br />
Allora forse avete tentato di spiegare all’amico, con il tatto dovuto, che, neppure in nome dell’amicizia, ha il diritto di insultare qualcuno, solo perché a lui non piace.<br />
E’ probabile che la reazione stizzita sia stata: io sono una persona sincera, se giudico bene o male qualcuno, mi sento libero di dirlo chiaramente.<br />
Il sillogismo prospettato è questo: essere liberi significa essere sinceri; essere sinceri equivale a dire tutto quello che si pensa; ergo, dico sempre quello che penso, anche se quello che penso è offensivo per chi la pensa diversamente.<br />
Proverò a dimostrare che il ragionamento non quadra.<br />
Immagino che si possa concordare sul fatto che, alla base di un’amicizia, dovrebbe esserci la stima. Si possono avere gusti e passioni in comune, ma possono esistere bellissime amicizie anche tra persone completamente diverse per temperamento, interessi, convinzioni. Purché ci sia stima reciproca, cioè quella particolare disposizione mentale che mi fa credere che se tu la pensi in un certo modo, avrai le tue buone ragioni; ne consegue che se io offendessi qualcuno o qualcosa che tu apprezzi, solo perché a me non piace, offenderei anche te, le tue idee, la tua sensibilità.  Se non lo faccio non è per ipocrisia o viltà, ma per una forma di delicatezza e – paradossalmente – autentica sincerità, non solo formale: se è vero che rispetto te, rispetto le tue idee, anche se non le condivido. Va da sé che se le tue convinzioni sono per me inaccettabili, non ha senso parlare di amicizia.</p>
<p>Se dalle relazioni interpersonali si passa al piano collettivo, il discorso cambia di poco. Basta sostituire al concetto di “sincerità” quello di “libertà di opinione”.<br />
Negli ultimi anni il grado di conflittualità sociale si è alzato in modo allarmante, in proporzione al grado di libertà percepita, portando l’aggressività espressa a livelli che non esiterei a definire patologici. Confondere la libertà di opinione con la libertà di insulto, la libertà di espressione con la libertà di violenza fisica o verbale, la libertà di informazione con la libertà di insinuazione e calunnia, è un segnale di profondo malessere sociale. Di immaturità prima che di inciviltà. Come dire: libertà = tutto lecito.<br />
La Libertà (come la sincerità) non è un bene assoluto, e perde tutto il suo infinito valore se la si priva della sua connotazione di bene relativo. Il che è confermato dal fatto che la vera libertà è possibile, per assurdo, solo all’interno di determinati confini. Confini che non sono più vissuti come tali quando, trasformandosi in autoregolazione, diventano strumento di maggiore libertà.<br />
Limiti discutibili certo, negoziabili, migliorabili. Limiti su cui l’umanità si confronta e si confronterà sempre. Ma pur sempre necessari. Dai piccoli gruppi di ominidi preistorici alle società più moderne e complesse. Codici non scritti, regolamenti, leggi, comandamenti, costituzioni e statuti: la libertà non può non essere regolata. Diventa altro.<br />
La possibilità di esprimersi nella nostra attuale società, impensabile pochi decenni fa, sta determinando una specie di black out dei sistemi di autoregolazione.  I mezzi di comunicazione sono “di massa” e quindi alla portata di tutti. Internet, come qualsiasi altra innovazione di quella potenza, può produrre meravigliosi risultati di conoscenza o guai disastrosi, in parte al momento poco prevedibili.<br />
Prendiamo i forum e i blog. In quale altro periodo della storia dell’umanità le persone comuni hanno avuto la possibilità quasi illimitata di esprimere pubblicamente il proprio pensiero?<br />
Ora è possibile. Chiunque può partecipare ad un forum o aprire un proprio blog e mettere in libera uscita pensieri sublimi e intuizioni geniali; così come sproloqui inopportuni e attacchi violenti, su temi in cui raramente ha una specifica formazione o qualche  competenza.  Spacciando l’arroganza per coraggio, nella maggior parte dei casi all’ombra protettiva di un nickname (è bizzarro che chi si lascia andare a insulti e aggressioni si scandalizzerebbe davanti ad una lettera anonima, eppure scrivere con un nickname è l’equivalente moderno della vecchia lettera anonima compilata con i caratteri ritagliati da un giornale…).<br />
Perché questa insopprimibile esigenza di esercitare una sfrenata tuttologia, spesso feroce, non assumendosene neppure la responsabilità? Forse queste persone non riescono ad esprimersi in altri ambiti?  Forse non riescono a farlo in maniera tale da non scatenare reazioni risentite? Forse trovano più facile insultare chi non si conosce? Per quale motivo non considerano necessario imporsi dei limiti?<br />
La situazione non è migliore nel professionismo della comunicazione: quanti politici, intellettuali, ecclesiastici, accademici, &#8220;opinionisti&#8221;, dediti ad intemperanze verbali ignobili&#8230; Il tutto amplificato da certo giornalismo furioso, stampato o teletrasmesso. Titoli che sembrano bombe a mano, spesso neppure congrui al contenuto dell’articolo, testi zeppi di condizionali, di espressioni denigratorie, formulate sulla base di ipotesi e insinuazioni precedenti, a loro volta basate su congetture, in un circolo vizioso e virtuale di conclusioni dedotte non da fatti accertati e fonti inoppugnabili, ma da ciance  faziose, e non disinteressate.<br />
Parole, e parolacce, vomitate senza cautela, senza rispetto, senza onestà. Senza limiti.<br />
Eppure, come la stima dovrebbe essere alla base di un’amicizia, il rispetto reciproco dovrebbe essere il catalizzatore irrinunciabile di una società veramente evoluta e democratica. Dimenticare, dopo tante battaglie per l’uguaglianza, che il diritto al rispetto è un primario diritto di tutti, può condurre all’aberrante convinzione di dover “raddrizzare” le cose anche con la forza.  Ed ecco che la Libertà è sporcata e avvilita da una nuova barbarie, un analfabetismo psicologico di ritorno, caratterizzato da comportamenti primitivi, marcata intolleranza alle frustrazioni e una preoccupante rinuncia a controllare gli impulsi. Sembra quasi che lo sforzo di trovare il modo di esprimere le proprie idee, mantenendo il rispetto per quelle degli altri, sia ritenuto un vezzo démodé, un’inutile perdita di tempo.<br />
Ma il pericolo maggiore viene sottovalutato: come anche le psiconeuroscienze ci suggeriscono, l’aggressività fuori controllo da verbale può diventare facilmente agìta;  l’odio delle parole, come un lievito mefitico, può montare e montare. Trasformarsi in violenza.<br />
Bisogna fermarsi in tempo. O non ha senso parlare di Civiltà.</p>
<p>www.paolalocci.it</p>
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		<title>Polimeri dagli anacardi</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Oct 2009 10:02:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scienza]]></category>

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		<description><![CDATA[Immaginare un mondo senza petrolio è forse ancora un&#8217;utopia, ma qualche passo nella giusta direzione si comincia a fare. Anche nel campo dell&#8217;industria chimica. Vernici, adesivi, resine, materiali isolanti, laminati, schiume, materassi e imbottiture possono infatti essere realizzati senza ricorrere all’oro nero, a minor costo, a un più basso impatto ambientale e senza sottrarre risorse ad altri mercati. Basta saper come trattare gli scarti delle industrie alimentari.
La chimica che lo permette è nota dai primi del Novecento, abbandonata proprio a causa del boom del petrolio e dei polimeri sintetici. Serviva solo qualcuno che la riscoprisse. A farlo sono stati i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-34" title="anacardi" src="http://www.ilpungolo.com/wp-content/uploads/2009/10/anacardi.jpg" alt="anacardi" width="370" height="248" />Immaginare un mondo senza petrolio è forse ancora un&#8217;utopia, ma qualche passo nella giusta direzione si comincia a fare. Anche nel campo dell&#8217;industria chimica. Vernici, adesivi, resine, materiali isolanti, laminati, schiume, materassi e imbottiture possono infatti essere realizzati senza ricorrere all’oro nero, a minor costo, a un più basso impatto ambientale e senza sottrarre risorse ad altri mercati. Basta saper come trattare gli scarti delle industrie alimentari.</p>
<p>La chimica che lo permette è nota dai primi del Novecento, abbandonata proprio a causa del boom del petrolio e dei polimeri sintetici. Serviva solo qualcuno che la riscoprisse. A farlo sono stati i ricercatori del CimtecLab, un laboratorio-azienda tutto italiano presso Area Science Park di Trieste. La storia è cominciata un paio di anni fa, quando un gruppo di ricercatori ha sviluppato la tecnologia necessaria per ottenere materiali polimerici biocompatibili dal Cnsl (Casew Nut Shell Liquid), un derivato tossico del trattamento del guscio degli anacardi. Questa sostanza è attualmente prodotta in grandi quantità in India e Vietnam, ma anche in Africa, Nigeria e Brasile, per un totale di circa un milione di tonnellate all’anno.</p>
<p>Distillando il Cnsl, i ricercatori sono riusciti a ottenere un’altra sostanza dalle caratteristiche molto interessanti, chiamata cardanolo. La tecnica di distillazione utilizzata non solo è ecologica, ma permette un alto recupero e un’elevata purezza del prodotto finale (95%). Partendo dalla struttura molecolare di base, i chimici sono stati in grado di ottenere nuove molecole attraverso passaggi di sintesi semplici ed economici. E di mettere a punto protocolli, di cui ora hanno il brevetto a livello mondiale, per creare una serie vastissima di nuove sostanze. Gli ultimi test sono terminati lo scorso 9 ottobre e molti dei derivati hanno già avuto l&#8217;approvazione dell&#8217;Unione Europea, mentre altri sono in corso di registrazione. I prodotti, che dovrebbero essere sul mercato dall’inizio del 2010, avranno il marchio Exaphen e comprendono schiume da impiegare a partire dalla fabbricazione di frigoriferi fino ad arrivare alle imbottiture, vernici per l’industria nautica e per i mobilifici, pannelli edili, sigillanti, isolanti termici. Tutti con proprietà ritardanti di fiamma (con ridotta infiammabilità), antibatteriche, anti-idrolisi (resistenti all&#8217;aggressione dell&#8217;acqua) e anti-invecchiamento.</p>
<p>Quelli del CimtecLab non sono certo i primi prodotti naturali che cercano di sostituire il petrolio. Ci si è già provato con derivati di soia e mais. Ma, rispetto a questi, i nuovi polimeri hanno caratteristiche fisiche migliori e sono più economici, senza contare il fatto che per la loro realizzazione non si attinge a potenziali risorse alimentari, ma si sfrutta un prodotto di scarto tossico. In più, lo scarto dello scarto, legnoso e secco, viene usato come rinforzo di materiali compositi. Restano alcuni punti critici: &#8220;Il prodotto finale non è biodegradabile e i reagenti intermedi derivano ancora dal petrolio&#8221;, spiega Pietro Campaner, ricercatore della New Materials Division di CimtecLab&#8221;, ma ci stiamo lavorando e stiamo anche pensando a come utilizzare gli scarti dell’industria del pesce e l’olio di sansa&#8221;.</p>
<p>Ma davvero le imprese hanno un’anima tanto ecologista da cambiare la loro filiera? “Negli Usa  l’aspetto etico influisce molto sulle scelte delle aziende”, risponde Campaner,  “mentre qui da noi la leva è ancora il prezzo: il costo di produzione di alcuni di questi nuovi composti è un terzo di quelli derivati dal petrolio”.</p>
<p>Non esiste una lista dei materiali che è possibile ottenere con questo metodo e qui sta forse l’aspetto più interessante della storia: non si vende solo il prodotto finito, ma le idee per inventarne di nuovi man mano che qualche industria ne sente il bisogno. Insomma, di necessità virtù.</p>
<p>Fonte: Tiziana Moriconi &#8211; www.galileonet.it</p>
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