Credo con certezza!
Scritto da: Alessandro Intropido | Categoria: Commenti
Ne “Il Codice da Vinci” storia e leggenda sono abilmente disposti per comporre l’avvincente narrazione di Dan Brown, tanto bravo da far apparire vero ciò che non lo è. Non racconta verità storiche, ma narra una storia da lui scritta: è un’opera d’ingegno. Il contesto storico è adoperato con arguzia per conquistare il lettore e trascinarlo in un percorso avventuroso alla ricerca della soluzione di un mistero. Da questo punto di vista è un’opera degna di rispetto perché scuote la coscienza del lettore e in alcuni fortunati casi lo stimola fino alla consultazione ed alla verifica delle fonti dalle quali l’autore ha attinto per il suo racconto.
In Italia non accade lo stesso: nel film “Barbarossa”, tra le scene sanguinarie di soldati arrostiti, corpi macellati e la propaganda politica nessuno spiega che Alberto da Giussano è un personaggio leggendario del XII secolo di cui si trova menzione in un pergamena risalente al 1196 (venti anni dopo la battaglia di Legnano): un tal Alberto de Gluxano, ma non vi è traccia del valoroso condottiero lombardo, si tratta di un elenco di nomi di postulanti che si appellavano a Papa Celestino III contro una sentenza dell’arcivescovo di Milano. Nel film non vi è nemmeno traccia di un avvenimento realmente avvenuto, sanguinario e tragico come vorrebbe essere questa pellicola: l’assedio e la distruzione della città Crema del 1159 per volere dell’imperatore Federico I Hohenstaufen. Durante i lunghi mesi dell’assedio le truppe imperiali appesero i prigionieri cremaschi alle macchine d’assedio confidando nella pietà degli assediati per i loro concittadini, ma lo stratagemma fallì ed oggi si ricorda ancora la “Strage degli ostaggi cremaschi”. Crema fu distrutta perché alleata di Milano e loro nemici erano i comuni di Lodi, Pavia, Como e Cremona che chiesero l’intervento dell’Imperatore del Sacro Romano Impero proprio per contrastare l’espansione di Milano.
Quanta tristezza nel constatare che la gente ha perso il senso critico e accetta ogni cosa senza porsi il problema di comprendere ciò che è storia e ciò che è leggenda. L’incapacità di discernere il vero dal falso. Non c’è da stupirsi se ancora oggi si crede agli oroscopi, alla chiromanzia, alla chiaroveggenza, agli amuleti e si dilapidano i risparmi di una vita per le pozioni magiche o il miraggio di ricevere i numeri vincenti di Lotto, Superenalotto e chimere di altro genere.
Gli eroi dell’Italia non sono quelli leggendari che non trovano riscontro nelle fonti storiografiche, celebrati da chi la Storia non la conosce o la vuole manipolare. L’Italia migliore e quella degli umili che hanno lavorato con le loro mani, che si sono presi cura della terra, delle bestie, che hanno imparato un mestiere da piccoli, educati all’impegno ed al sacrificio (purtroppo anche a suon di botte). Gli italiani di Ermanno Olmi ne “L’albero degli zoccoli” sono il miglior esempio di quell’umanità che sta scomparendo. Senza spade, senza arroganza, senza sgozzare nessuno stanno al mondo e vivono con quella dignità di chi è consapevole di avere poco, ma non esita a dividerlo con chi ha ancora meno. L’umiltà di fare il proprio mestiere onestamente, l’orgoglio di prendersi cura dei propri cari, figli, moglie, fidanzata, fratelli e sorelle anche rischiando di essere cacciati come il contadino Battistì, il quale non avendo denaro decide di tagliare un albero per fabbricare un paio di zoccoli nuovi per il figlioletto Mènec. Il padrone, impietoso, lo caccia assieme a tutta la famiglia subito dopo aver scoperto l’illecito taglio dell’albero.
Gli eroi sono tutti coloro che si amano e stanno insieme, nonostante tutto, nonostante le difficoltà quotidiane, le cattiverie e l’ignoranza, nonostante l’arroganza di chi si crede migliore, nonostante la sconfitta e le delusioni. Gli eroi sono tutti coloro che con un umile contributo preservano l’umanità: quel sentimento pietoso che ci rende liberi dalle seduzioni del male e ci distingue dalle bestie primitive. Quante analogie con la condizione di chi oggi soffre come soffrivano gli uomini di duemila anni fa, ma come tutti gli anni si rinnova l’augurio di un avvenire migliore.
